Morto Peter Max, artista pop tra gli anni Sessanta e il marketing
Nei suoi poster Beatles, Bob Dylan e trip di Lsd, poi passò a decorare Boeing 777 e costumi da donna
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È un po’ come se gli anni Sessanta, con la loro smisurata creatività e tutte le loro contraddizioni, fossero finiti un’altra volta. Peter Max, artista pop le cui opere oniriche hanno fatto da sfondo artistico al movimento hippie, è morto lunedì all’età di 88 anni dopo una lunga malattia. Il decesso ha avuto luogo lunedì 14 settembre in un ospedale di Manhattan, ma è stato comunicato soltanto nelle ultime ore.
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I suoi manifesti erano veri e propri trip psichedelici o, per usare un termine dell’epoca, «groovy». Sia che rappresentassero paesaggi cosmici ed esplosioni stellari, sia che ritraessero rockstar del calibro di Beatles, Jimi Hendrix e Bob Dylan. Partì come artista anti sistema ma, come spesso è accaduto in America, il «sistema» finì per adorarlo. E quindi adottarlo, perché Max decise coniugare arte e commercio con la stessa facilità con cui mescolava i colori sulla tela. Concesse in licenza le sue opere per circa 70 prodotti che finirono su aerei di linea, navi da crociera, lenzuola, occhiali, costumi da bagno da donna e altro ancora.
Peter Max Finkelstein nacque a Berlino nel 1937 da famiglia ebrea e visse in Cina e in Israele prima che i suoi si stabilissero a New York. All’accademia di Belle arti della Grande Mela studiò il realismo, approccio di cui, come artista, se ne fece poco. Esplose negli anni Sessanta, un’epoca che contribuì a plasmare a livello iconografico: «I suoi manifesti decorativi rivelano che Max è un visionario affascinato dal tempo, dallo spazio e dall’evoluzione», sottolineava una recensione del Village Voice datata 1967. «Uno skyline psichedelico profetizza il giorno in cui i grattacieli potrebbero diventare templi, in cui la Rainbow Room del Rockefeller Center potrebbe essere utilizzata per la meditazione». Una profezia, in fin dei conti, abbastanza azzeccata.
Nei Sixties non c’era dormitorio studentesco degli Stati Uniti privo di un suo manifesto. Max raccontò di essere rimasto entusiasta quando l’ex presidente Bill Clinton gli disse che i suoi poster avevano adornato le pareti della sua stanza durante gli anni del college. Decenni dopo, una serie di ritratti di Clinton realizzati da Max fu esposta nella biblioteca presidenziale. Verso la Casa Bianca, in fondo, l’artista nutriva un amore corrisposto, a prescindere da chi la abitasse: Ronald Reagan era un suo ammiratore e Max donò un dipinto della Statua della Libertà alla Reagan Presidential Library.
Il successo in ogni caso è enorme e si porta dietro qualche fake news, tipo la collaborazione al cartone animato dei Beatles Yellow Submarine, sicuramente influenzato dallo stile di Max, ma opera di Heinz Edelmann. Alla fine degli anni Sessata, Max scompare dalla scena pubblica, dedicandosi al lavoro privato e ai viaggi. Tornò alla ribalta con una mostra in una galleria di New York nel 1987 e si trasformò in una vera e propria macchina da marketing.







