Sferisterio

Musicultura, la canzone italiana come patrimonio vivo

A Macerata la XXXVII edizione del festival rilancia la canzone d’autore e popolare italiana, tra giovani autori e nuove geografie musicali

di Riccardo Piaggio

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“Or la squilla dà segno / della festa che viene”. Musicultura resta, anche nel 2026, una delle poche traduzioni italiane possibili di quella parola - festival - che prima ancora di indicare un cartellone indica una festa, un’assemblea, una comunità provvisoria. Non un palco da guardare soltanto, ma una città da attraversare. Non una rassegna frontale, con artisti, applausi e pubblico in ordine gerarchico, ma un ecosistema: lo Sferisterio di Macerata, i cortili, le piazze, i palazzi, le voci che si incontrano prima e dopo le canzoni.

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Lo Sferisterio

È qui che la canzone d’autore e popolare italiana mostra la sua natura più profonda, quella di un patrimonio culturale immateriale in atto, fatto di lingua, dialetti, memoria, comunità, oralità, racconto civile, invenzione poetica. Perché la nostra canzone, una forma espressiva capace di tenere insieme generazioni, territori, migrazioni interne, educazione sentimentale e coscienza collettiva, non dovrebbe meritare un percorso di candidatura alla Lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale? In ogni caso, oggi, si dovrebbe partire da qui.

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Gli otto vincitori Musicultura, giunta alla XXXVII edizione, è forse uno dei luoghi in cui questa evidenza si vede meglio. Da una parte l’archivio, la storia, i nomi che il festival ha intercettato quando erano ancora promesse; dall’altra il presente, fragile e necessario, degli otto vincitori che arrivano allo Sferisterio non come “nuove proposte” decorative, ma come il centro stesso del rito.

Gli otto vincitori del 2026 sono Claudio Covato con Chiddu ca ma resta, DDUMA con Fimmine de guerra, Giovanni Toscano con Emma, Giulia Trovò con Se non dovessi più tornare, Isabella Privitera con Eya, MEZZANERA con Piume, Narratore Urbano con Il mio coinquilino vuole uccidermi, Rosita Brucoli con Agente!.

Otto nomi e otto brani che raccontano bene la geografia plurale della canzone italiana contemporanea: il Sud e le sue lingue, la narrazione urbana, l’ironia, la ferita privata, il corpo femminile, la memoria familiare, la leggerezza apparente, la politica minuta delle vite quotidiane. E, a dire il vero, un segnale di rinnovamento quest’anno è arrivato anche da giovani autori che sono musicisti, dalla presenza di strumenti acustici, da una scrittura che sembra volersi sottrarre alla plastica dell’autotune e all’ossessione per una dance semplificata. Dopo anni in cui trap ed elettro-pop hanno spesso sparso più polvere che scintille sulla creatività di una generazione, Musicultura coglie, prima di molte radio e di molti social, un possibile cambio di stagione.

Le due serate finali allo Sferisterio, il 19 e 20 giugno, confermano questa doppia anima: il grande rito popolare e la cura artigianale per la scrittura. Accanto ai vincitori, il cartellone riunisce Brunori Sas, Tosca, Planet Funk, Le Vibrazioni, Maria Antonietta & Colombre, Riccardo Rossi, Santamarea, Giampaolo Morelli e Alan Sorrenti. Generazioni, registri e immaginari diversi, ma dentro una stessa casa: quella della canzone quando non rinuncia alla parola e alla musica suonata.

I premi di un’edizione controcorrente

A incornare la sensibilità nel voto del pubblico dello Sferisterio è stato Claudio Covato, cantautore siracusano e vincitore assoluto con Chiddu ca ma resta, al quale è andato il Premio Banca Macerata da 20mila euro. Covato ha conquistato anche il Premio della Critica Piero Cesanelli e il Premio Grotte di Frasassi. Un risultato che sembra quasi riassumere il senso di questa edizione. Una voce, una chitarra, il dialetto siciliano, il ritorno alla propria terra e una canzone sul tempo e su ciò che rimane.

La domenica del Villaggio

Attorno allo Sferisterio, La Controra continua a essere il festival nel festival: Macerata si apre in piazze, cortili, conversazioni, concerti, incontri. È qui che Musicultura si distingue da molte manifestazioni estive: non usa la città come fondale, ma la trasforma in dispositivo culturale.

In questa geografia marchigiana della parola cantata, Macerata dialoga naturalmente con Recanati e con Lunaria, dove la canzone incontra la poesia nei luoghi leopardiani. Non è un dettaglio turistico, ma una dichiarazione di poetica: il popolare e il colto sono due movimenti dello stesso respiro. La canzone italiana nasce spesso lì, tra lingua comune e invenzione poetica, tra intimità e piazza, tra racconto individuale e memoria collettiva.

Per questo Musicultura non è soltanto un concorso. È un archivio vivo, un laboratorio di ascolto, un osservatorio sulla sensibilità nazionale. E nel 2026 ribadisce una piccola grande verità: la canzone d’autore e popolare italiana merita di essere pensata come patrimonio proprio perché non appartiene al passato ma continua, ostinatamente, a dare forma al presente.

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