Automotive

Il partito di Musk spaventa Wall Street: il titolo Tesla crolla

La nascita dell’America Party è l’ultima scelta clamorosa del tycoon. Ma questa volta gli investitori non sembrano inclini al plauso. Il titolo affonda (-6,8%) e il board è sotto pressione. Qual è il futuro di Tesla?

di Alberto Annicchiarico

Elon Musk, ceo di Tesla e SpaceX, guarda in alto seduto al suo posto durante la cerimonia di insediamento, prima che Donald Trump presti giuramento come 47° Presidente degli Stati Uniti, 20 gennaio 2025. EPA/SAUL LOEB / POOL

4' di lettura

4' di lettura

Sabato 5 luglio Elon Musk ha annunciato la nascita dell’America Party, un nuovo soggetto politico che, nelle sue intenzioni, dovrebbe scardinare l’equilibrio tra repubblicani e democratici. L’ennesima mossa fuori schema, arrivata in pieno weekend lungo (dell’Independence Day), e che ha provocato una reazione prevedibile: lunedì 7 luglio il titolo Tesla ha lasciato sul parterre il 6,8% (a 294 dollari), evidenziando la preoccupazione degli investitori.

Il punto non è solo l’annuncio in sé, ma il suo significato nel momento in cui arriva. Tesla sta attraversando una fase delicata, con vendite in calo su base annua per il secondo trimestre consecutivo, un’offerta di prodotto che non si rinnova e guarda soprattutto alla guida autonoma e ai robotaxi, e una concorrenza cinese che avanza a ritmi superiori alle attese. In questo contesto, l’ennesimo ritorno di Musk alla ribalta politica viene percepito non come una digressione temporanea, ma come una distrazione strutturale.

Loading...

La politica come interferenza

La frattura tra Musk e Donald Trump, esplosa pubblicamente a inizio giugno dopo la firma della “One Big, Beautiful Bill”, ha assunto nuovamente i contorni dello scontro personale. A colpi di post su X e dichiarazioni incrociate, il ceo di Tesla ha accusato l’ex presidente di voler smantellare i sussidi all’auto elettrica (ed è realmente così), mentre Trump ha rilanciato evocando tagli a contratti pubblici e sussidi federali ricevuti da SpaceX e Tesla.

Nel mezzo, la creazione di un nuovo partito, con l’obiettivo di influenzare alcuni seggi chiave al Congresso nel 2026, con le elezioni di metà mandato. Per Musk è una «battaglia di principio». Per molti investitori, un azzardo totale, in un momento in cui Tesla ha bisogno di attenzione strategica, esecuzione operativa e focus industriale.

Usa: Elon Musk lascia il Doge e l'amministrazione Trump

«Gli investitori sono stanchi. Avevano accolto con favore il passo indietro dalla politica dopo l’uscita dal Doge (Department of Government Efficiency, nato per snellire la burocrazia federale, modernizzare i sistemi IT governativi e soprattutto ridurre la spesa pubblica, ndr) e ora si ritrovano di nuovo nel caos», ha scritto Dan Ives di Wedbush, storicamente vicino al titolo. «Tesla ha bisogno del suo ceo, non di un leader politico part-time».

Tre mesi al cardiopalma

In effetti l’andamento degli ultimi tre mesi rappresenta bene il riflesso negativo dell’esposizione politica di Musk e le ripercussioni del deterioramento del rapporto con il presidente. Tra marzo e aprile il clima attorno al brand texano era nettamente peggiorato: proteste online e davanti alle concessionarie (#TeslaTakedown) e preoccupazioni degli investitori sulla governance. Il titolo ha chiuso in calo per sette settimane consecutive. Il 30 marzo, dopo i conti molto negativi del primo trimestre (consegne -13% anno su anno) forti vendite e -6%.

A fine maggio Musk annuncia l’addio al Doge. Il mercato reagisce con sollievo, il ceo sta per tornare al lavoro: +3%. Ma il 3 giugno Musk attacca la “One Big, Beautiful Bill”, la maxi legge fiscale di Trump che cancella i sussidi alle auto elettriche: la definisce «disgusting abomination», più o meno «un vergognoso abominio». Esplode un nuovo scontro con Trump. Il presidente annuncia rappresaglie sui i contratti federali. Il 1° luglio Tesla perde oltre il 6% dopo la firma del “Big Beautiful Bill” da parte di Trump. Il presidente attacca Musk, accusandolo di dipendere dai fondi pubblici. La rottura politica appare definitiva, alimentando timori su contratti federali e nuove ritorsioni. Gli investitori reagiscono con un sell-off, bruciando circa 20 miliardi di dollari di valore. Infine, il 5 luglio Musk lancia l’America Party. E la risposta di Wall Street non si fa attendere alla prima occasione, lunedì 7 luglio: Tesla scende da oltre mille miliardi di capitalizzazione a 940.

La caduta è pari a poco meno del 30% da inizio d’anno. Tesla è oggi la peggiore tra le “Magnificent Seven”, le compagnie leader del settore tecnologico. E, come detto, cresce il timore che le tensioni personali tra Musk e la Casa Bianca possano sfociare in rappresaglie normative o contrattuali, anche in settori strategici come lo spazio (con Space X) e l’intelligenza artificiale (xAI).

Il ruolo (non giocato) del board

L’annuncio ha riacceso anche i riflettori sulla governance interna. Il consiglio di amministrazione, guidato da Robyn Denholm, è tornato nel mirino. La presidente aveva smentito a maggio indiscrezioni su un possibile cambio al vertice, ma le pressioni aumentano. Azoria Partners, ad esempio, ha deciso di sospendere il lancio di un ETF su Tesla, e il ceo James Fishback ha chiesto pubblicamente una presa di posizione chiara del board sul coinvolgimento politico di Musk.

Ann Lipton, docente di diritto societario all’Università del Colorado, ha sintetizzato il problema in modo netto: «In un’altra società, il consiglio avrebbe già valutato se la condotta del ceo è coerente con il suo ruolo. Tesla, invece, ha storicamente adottato una postura attendista, lasciando che Musk gestisse liberamente le sue iniziative esterne».

Usa, Musk scende in campo: ecco l'America Party

Non è solo una questione di presenza simbolica. A maggio, un gruppo di azionisti tra cui i fondi pensione della città di New York ha chiesto formalmente che Musk dedichi almeno 40 ore settimanali a Tesla, segnalando il timore che l’azienda, pur avendo beneficiato della visione del suo fondatore, rischi ora una leadership intermittente.

Numeri e concorrenza

L’allarme è frutto dei risultati. Nel secondo trimestre 2025, Tesla ha consegnato 384.122 veicoli, un miglioramento rispetto al trimestre precedente (+14,1%) ma ancora in calo annuo del 13,5%. I modelli di punta (S, X e Cybertruck) sono fermi a quota 10.394 unità, in flessione del 52%. A trainare il risultato sono ancora Model 3 e Model Y, ma il mix prodotto si impoverisce e la marginalità ne risente.

Nel frattempo, la concorrenza cinese accelera. Non solo Byd. La pattuglia Xpeng-Nio-Li Auto-Zeekr ha superato Tesla per la prima volta nel secondo trimestre, con un vantaggio di 33.000 consegne. Due anni fa, il distacco era di oltre 300.000 veicoli a favore di Tesla. Il primato non è più un dato acquisito. E Musk lo sa.

Casa Bianca, Trump: "Il partito di Musk? E' ridicolo, serve solo a farlo divertire"

La domanda che torna

Il punto centrale resta sempre lo stesso, ed è ormai oggetto di discussione tra analisti e investitori: Musk è ancora l’asset principale di Tesla o sta diventando un enorme problema? Finora, la sua capacità di guidare la transizione elettrica e il futuro dell’autonomia gli ha garantito libertà quasi assoluta. Ma oggi, con una linea di prodotto sotto pressione, un quadro regolatorio sfavorevole e una governance percepita come troppo debole, la tolleranza verso le sue digressioni politiche potrebbe essere al limite. Il rischio, per Tesla, non è solo quello di perdere la concentrazione. È di perdere il controllo.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti