L’analisi

Nato ad Ankara produttiva se l’Ue riaprisse il dossier Ced

Il vertice previsto il 7 e 8 luglio in Turchia rischia di ridursi ad un ennesimo esercizio di pubbliche relazioni. L’Alleanza scricchiola sotto i colpi di Trump, ma senza gli Usa non ha gambe. L’idea di un riarmo nazionale europeo si scontra con la disparità fiscale. Mentre il trattato sulla Comunità europea della difesa del 1952 si integrerebbe con una Nato più esile e con la necessità di consolidare le industrie del Vecchio continente

Il segretario generale della Nato,  Mark Rutte, a sinistra,  incontra Haluk Gorgun,direttore di Turkish lDefense Industries  APN

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Il vertice della Nato ad Ankara, in Turchia, in programma per domani e dopodomani, rischia di ridursi ad un ennesimo esercizio di pubbliche relazioni. Una foto di gruppo dei capi di stato e di governo dei 32 paesi dell’Alleanza Atlantica e un breve comunicato finale non potranno nascondere la profonda crisi delle relazioni transatlantiche. La Nato è un’alleanza difensiva di natura confederale, nella quale un paese – gli Stati Uniti d’America – hanno il ruolo di azionista di maggioranza. Con il trattato istitutivo della Nato, concluso a Washington nel 1949, i Paesi membri (tra cui l’Italia, che è stato fondatore) si sono impegnati ad assicurarsi la difesa reciproca in caso di minacce nemiche: un impegno codificato nel famoso articolo 5 del trattato Nato.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La credibilità

Tuttavia, la credibilità del sistema di difesa collettivo dell’Alleanza Atlantica si basa su due fattori indispensabili: la risolutezza dell’impegno ad intervenire in difesa di un alleato, e le capacità operative di farlo laddove ciò sia necessario. Di fatto, solo gli Usa hanno storicamente avuto sia la risolutezza che le capacità operative per ravvivare la Nato. Con la presidenza Trump, tuttavia, gli Usa hanno messo in discussione il loro impegno a proteggere gli alleati, e materialmente diminuito gli assetti militari presenti in Europa, con una chiara indicazione che ulteriori tagli avverranno a breve.

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Le mosse

In questo contesto cosa possono fare gli europei? Finora, la strategia prevalente è stata quella di fare finta di niente, sperando che così gli Usa rimangano impegnati in Europa. Questa strategia – di cui il Segretario generale della Nato Mark Rutte è l’antesignano – non ha però aumentato la credibilità dell’Alleanza Atlantica agli occhi dei suoi nemici. Anzi i continui attacchi di droni russi ai confini orientali mostrano come la Russia stia provando a testare la risolutezza dell’Alleanza Atlantica. Una seconda strategia – promossa in modo miope dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen – è quella del riarmo nazionale. In effetti dal 2025, per effetto della sospensione delle regole fiscali europee e dell’istituzione di un fondo comunitario (Safe) che finanzia il riarmo nazionale, vari Stati europei hanno vertiginosamente aumentato le spese per la difesa. Tuttavia, la diversa capacità fiscale degli stati europei sta causando un riarmo asimmetrico. Inoltre, a causa della continua frammentazione del mercato Ue dell’industria della difesa l’aumento di spesa non corrisponde davvero a un aumento di capacità militari europee.

Il cambio di paradigma

Per far fare un salto di qualità all’Europa della difesa sarebbe dunque opportuno rispolverare le virtù del trattato sulla Comunità europea della difesa (Ced) del 1952. Quest’ultimo, approvato agli albori della guerra Fredda, prevedeva la fusione delle forze armate dei Paesi europei partecipanti in un’unica forza europea di difesa, integrata nella Nato, così da creare un vero pilastro europeo nell’Alleanza Atlantica. Allo stesso tempo, oltre alle capacità operative, la Ced creava istituzioni sovranazionali con la legittimità democratica e la rapidità necessaria per decidere sull’uso della forza. Infine, la Ced prendeva per le corna il problema della frammentazione dell’industria europea della difesa, centralizzando l’autorità per l’acquisto e la produzione di materiale bellico. Il trattato Ced non entrò mai in vigore, ma ben 4 stati (Belgio, Olanda, Germania e Lussemburgo) su 6 lo avevano ratificato negli anni Cinquanta, e oggi sono stati proposti nel Parlamento italiano alcuni disegni di legge che prevedono l’approvazione del trattato in Italia (lasciando così solo la Francia come Paese che non ha ratificato o ripreso in mano il trattato). Nel momento in cui le relazioni transatlantiche vivono un momento di crisi profonda, se l’Europa vuole prendere sul serio la propria difesa essa dovrebbe ripartire dalla logica della Ced. E l’Italia, da improbabile pontiere politico con l’amministrazione Trump, potrebbe rivelarsi—se volesse ratificare la Ced—attore fondamentale della ricostruzione di una vera Europa della difesa nel quadro Nato.

Federico Fabbrini è professore ordinario di diritto europeo alla Dublin City University e Fellow a Harvard

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