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Né monarchia, né democrazia: a ogni decisione la sua governance

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L’ultimo familyandtrends, Del Vecchio: le crepe di una governance rigida, ha, come forse era prevedibile, suscitato molti commenti. Si possono raggruppare in due categorie: perché è un male che in un CdA i componenti votino su fronti opposti e perché una governance rigida è un male. Con il rischio di essere noiosi e “professorali” si rende necessario qualche chiarimento preliminare.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Cos’è una “governance”? Non sarebbe più semplice dire “company government”? Lo sarebbe se si trattasse di un’entità, istituto, elemento che dirige ed amministra l’impresa. Quando, però, Dale Hanson, CEO di CalPERS, fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, coniò il termine alla fine degli anni ’80, usò “governance” per riferirsi non a un’entità, ma a un processo. Maurizio Sella era solito affermare che la governance è il sistema di regole e processi che servono per prendere decisioni migliori: e familyandtrends non saprebbe dare una definizione migliore.

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Un CdA che votando si spacca è segno di incapacità di giungere ad una decisione consensuale; significa che i consiglieri non sono riusciti, attraverso il dibattito, l’approfondimento, la condivisione di dati e punti di vista, con logica e buon senso, a giungere ad una decisione che tutti ritengono la “migliore possibile” per l’impresa di cui sono responsabili. Una volta può succedere: magari, su una decisione specifica, visioni e principi diversi non riescono a convergere, ma se il ricorso al voto diventa sistematico o avviene per una decisione chiave, significa che il gruppo scelto dai proprietari per dare una direzione all’impresa non è coeso o è incapace di trovare una direzione comune. Peggiore è il caso in cui i consiglieri neanche provano in buona fede a comprendere i punti di vista dei colleghi con l’obiettivo di affinare la decisione con il contributo di tutti e giungere a una decisione “migliore”, bensì si limitano ad una posizione rigida e intransigente, magari dettata da interessi personali o di una parte dei soci, invece che dal bene dell’impresa. L’altra patologia del CdA è l’indecisione generata dal continuo procrastinare o dall’incapacità di rispettare e comprendere i tempi dell’impresa e della concorrenza.

Una governance rigida è un male perché, come insieme di regole e processi che portano a prendere decisioni migliori, richiede modalità diverse nei diversi luoghi di un’impresa: nella proprietà (assemblea degli azionisti), nella direzione (consiglio di amministrazione), nella gestione (AD e top management), nell’operatività (tutti i lavoratori), nella comunità (tutti gli stakeholder).

Nella proprietà, l’assemblea degli azionisti richiede democrazia: siamo dove ai proprietari viene presentata una proposta che deve essere decisa dalla maggioranza. In questo contesto non è chiesto ai partecipanti di migliorare una decisione attraverso il contributo dei partecipanti, ma di votare. Nelle famiglie imprenditoriali, i soci sono stati educati secondo gli stessi principi e li seguono; quindi è frequente che si voti all’unanimità. L’unanimità è ottenuta dall’intervento di diversi proprietari e non da un singolo azionista di controllo che impone sistematicamente le proprie decisioni senza un confronto reale con gli altri soci: in questo caso si ha Autocrazia. Quando, invece, una minoranza riesce a bloccare o condizionare eccessivamente le decisioni, acquisendo un potere sproporzionato rispetto alla propria partecipazione, si ha la Dittatura della Minoranza (o del diritto di veto).

Avendo già analizzato la Direzione dell’impresa e il CdA, passiamo alla Gestione dell’impresa, dove tra i manager è appropriato uno stile collegiale in cui le decisioni devono derivare dal confronto tra competenze e responsabilità differenti, pur mantenendo chiara l’autorità di colui che ha la responsabilità della decisione finale, i.e. a livello di top management: l’AD/CEO. Quando le decisioni vengono sottoposte a discussioni e votazioni, senza che chi ha il diritto e il dovere di decidere provveda, si ha Democrazia, che va bene nell’assemblea dei soci ma è patologica nella gestione dell’impresa. Quando il responsabile decide unilateralmente senza avvantaggiarsi delle competenze degli altri manager e riduce il management team a una squadra di “yes men”, si ha Autoritarismo. Siccome il singolo non può mai avere la ricchezza di competenze e punti di vista di un gruppo, l’Autoritarismo nella gestione è destinato a far male all’impresa e, anche nei casi di AD/CEO “fuoriclasse”, distrugge la possibilità di avere talenti che crescono contribuendo realmente alle decisioni sotto l’ala del fuoriclasse, creando un vuoto al momento della successione.

Nell’Operatività, i collaboratori devono essere coinvolti nell’esecuzione e nel miglioramento delle attività. Chi svolge concretamente il lavoro possiede le migliori conoscenze di dettaglio sui processi, sui clienti e sui problemi quotidiani. Quando i dipendenti eseguono passivamente gli ordini, senza formulare osservazioni, segnalare errori o proporre miglioramenti, si ha Sottomissione; quando i dipendenti ignorano le decisioni e le procedure, agendo autonomamente anche quando non ne hanno l’autorità, si ha Disobbedienza.

Nella Comunità, tutti i componenti devono agire con consapevolezza nei confronti degli altri portatori di interesse, i.e. stakeholders, considerando gli effetti delle proprie decisioni su azionisti, dipendenti, clienti, fornitori, comunità, istituzioni e altri soggetti interessati. Quando si decide o si agisce senza considerare gli stakeholder, si ha Inconsapevolezza. Quando si cerca di soddisfare tutti, senza considerare i conflitti tra interessi, i vincoli economici e le priorità strategiche, si è Ingenui (o irresponsabili).

I componenti delle famiglie imprenditoriali hanno spesso ruoli in diversi luoghi della governance ed è quindi difficile adattare i comportamenti e le abitudini allo stile specifico opportuno in quel luogo. Difficile, ma necessario perché benefico per la famiglia, per la proprietà e per l’impresa.

Docente di Family Business Strategy - Università di Torino - bernardo.bertoldi@unito.it

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