Giustizia

Negli ultimi 34 anni un comune al mese è stato sciolto per mafia

Dal 2 agosto 1991 a settembre 2025, sciolti per mafia 402 enti locali. Avviso pubblico presenta nella sede della Fnsi il dossier «Il male in Comune»

di Patrizia Maciocchi

ANSA/CESARE ABBATE

6' di lettura

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Negli ultimi 34 anni della storia d'Italia, in media, è stato sciolto per mafia un comune al mese. Dal 2 agosto 1991 al 30 settembre 2025 sono stati 402 gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose, decisi dal Consiglio dei ministri e promulgati da decreti del Presidente della Repubblica. Un trend comunque non costante. Dopo un picco registrato nel primo triennio di applicazione della legge (1991 – 1993), con ben 76 scioglimenti decretati, per più di un decennio (1994 – 2004) si sono registrati “solo” 61 provvedimenti. Un altro aumento è stato registrato nel 2005 (13 decreti di scioglimento), poi la media è tornata a diminuire nei successi sei anni (2006 – 2011) con 40 provvedimenti complessivi. Dal 2012 a oggi l'andamento è più continuo, con due picchi - il 2012 e il triennio 2017 – 2019 – in cui la media ha superato il tetto record dei 20 scioglimenti l'anno.

I dati sugli enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose sono stati illustrati in occasione della presentazione, nella sede della Federazione Nazionale della stampa a Roma, da parte di Avviso Pubblico - l'associazione di comuni, province e regioni per la legalità e il contrasto alla corruzione - del Dossier «Il male in Comune», dedicato al fenomeno delle infiltrazioni mafiose, per raccontare l'estensione e l'evoluzione di un'emergenza democratica che mina le istituzioni l'economia e la fiducia dei cittadini nella pubblica amministrazione.

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All'attenzione degli analisti sono finiti anche i governi che, in relazione alla loro effettiva durata, hanno adottato il maggior numero di decreti di scioglimento. La palma va al governo Gentiloni con 38 decreti dal 12 dicembre 2016 al 1° giugno 2018, seguito dal Governo Monti con 36 decreti dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013. Entrambi esecutivi di fine legislatura e appoggiati da maggioranze trasversali.

Gli scioglimenti plurimi

I 402 scioglimenti hanno interessato 294 Enti locali (288 Comuni e 6 aziende sanitarie provinciali). I due dati – scioglimenti decretati/enti locali coinvolti – non coincidono a causa di più scioglimenti decisi per uno stesso Ente, ossia quelle Amministrazioni locali (complessivamente sono 83) che hanno subito due o più scioglimenti dal 1991 a oggi. Un ente locale è stato sciolto cinque volte, 22 tre volte, 60 due volte e 211 una volta.

Archiviazioni e annullamenti

Dal 2010 al 30 settembre 2025 le archiviazioni, in assenza dei presupposti di legge, sono state 59. Se la maggioranza delle sentenze ha confermato le scelte, ci sono però casi (meno del 6% del totale) in cui Tar e Consiglio di Stato hanno disposto l'annullamento dei decreti. Tra le motivazioni principali che conducono i giudici ad annullare spicca la mancata individuazione degli elementi univoci, concreti e rilevanti in grado di dimostrare il collegamento o condizionamento mafioso. I provvedimenti di annullamento dei giudici amministrativi sono stati complessivamente 24.

Regioni e province coinvolte

Sono 11 le regioni coinvolte – che diventano tredici se consideriamo le verifiche concluse con un'archiviazione. L'89% degli scioglimenti (360) si è verificato in Calabria, Campania e Sicilia. Percentuale che sale al 96% (386) se consideriamo anche la Puglia. I restanti 16 sono avvenuti nel Lazio (5), Piemonte (3), Liguria (3), Basilicata (2), Lombardia (1), Emilia-Romagna (1) e Valle d'Aosta (1). In Sardegna e Veneto delle verifiche si sono concluse con l'archiviazione.

Sono 34 le province coinvolte su tutto il territorio nazionale. In cinque – Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Palermo e Vibo Valentia – si è verificato il 63% degli scioglimenti.

Comuni sciolti e popolazione

Dei 294 enti locali soggetti a scioglimento dal 1991 al 30 settembre 2025, 288 sono Comuni, 6 sono aziende sanitarie provinciali. In base ai dati demografici, forniti dall'Istat, raccolti al momento dell'emanazione del decreto, risulta che il 72% dei Comuni sciolti per mafia dal 1991 aveva una popolazione residente inferiore ai 20mila abitanti, il 51% inferiore ai 10mila abitanti e il 34% era sotto i 5mila abitanti. Appena il 9% dei 288 Comuni sciolti per mafia aveva una popolazione residente che superava il tetto dei 50mila abitanti al momento dello scioglimento.

Le criticità connesse all'applicazione della normativa

La normativa che prevede lo scioglimento di un ente locale rappresenta uno strumento di natura preventiva finalizzato ad arginare quello che è un sostanziale attacco alla democrazia. Benché la normativa nel corso dei 34 anni di applicazione sia passata attraverso numerosissime pronunce dei Tar e del Consiglio di Stato, che hanno contribuito a definire con più precisione l'istituto e il modo in cui è stato concretamente attuato, la legge sullo scioglimento ha mostrato nel corso del tempo alcuni limiti, che si sono palesate in alcune criticità.

Dagli scioglimenti reiterati alla difficoltà di “depurare” dai condizionamenti da parte delle organizzazioni criminali il personale dipendente dell'ente locale, dal problema dell'incandidabilità per gli amministratori locali ritenuti responsabili di condotte che hanno favorito lo scioglimento, in assenza di una condanna in sede penale, fino alla durata del procedimento di accertamento della Commissione d'accesso, che può protrarsi per mesi, rischiando di compromettere l'immediatezza dell'intervento necessaria in situazioni di emergenza.

Proposte di riforma

L'obiettivo perseguito da Avviso Pubblico negli anni di studio e confronto sul tema oggetto di questa audizione è stato non solo quello di sottolineare i problemi di applicazione della normativa ma, soprattutto, di avanzare proposte di modifica concrete, suggerite dall'osservazione dei fatti in diverse realtà coinvolte, grazie anche all'ausilio e alla collaborazione di prefetti che hanno svolto il ruolo di commissari straordinari, giuristi, docenti universitari e ricercatori sociali.

Il fine ultimo è sempre stato stimolare un dibattito pubblico, politico e culturale, presentando e consegnando alcune proposte alla politica, che ha il compito e la responsabilità di prendere decisioni che mirino alla salvaguardia degli interessi collettivi garantendo, nel rispetto dei principi costituzionali, la sicurezza e la democrazia a tutte le cittadine e a tutti i cittadini.

Su disfunzioni e possibili rimedi si sono confrontati il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia e il sostituto procuratore presso la direzione nazionale antimafia Salvatore Dolce.

Il punto del presidente Anac

Per il presidente dell'Anac Giuseppe Busia, ci sono ampi margini per migliorare l'attuale quadro normativo. «Si potrebbero prevedere, in particolare, interazioni tra l'istituto dello scioglimento per mafia e le misure straordinarie di gestione - scrive Busia nella sua prefazione al dossier “Il male Comune”, «sostegno e monitoraggio delle imprese affidatarie di contratti pubblici che risultino coinvolte in vicende di corruzione o in situazioni sintomatiche di condotte criminali».

Misure che presentano il rilevante vantaggio - sottolinea il presidente dell'Anac - di essere flessibili e adattabili al caso concreto, soprattutto nell'attuale interpretazione collaborativa e garantista che ne abbiamo voluto dare negli ultimi anni. «La mafia, purtroppo, non è solo un problema di ordine pubblico, ma è un cancro che si infiltra nelle comunità e si alimenta di connivenze e collusioni, sottraendo occasioni di crescita al tessuto economico e sociale. Per sradicarla - avverte Busia - quindi, non è sufficiente una risposta meramente repressiva, ma occorrono un'amministrazione e una società resilienti, capaci di opporsi con forza e determinazione. È un lavoro che deve fare leva innanzitutto sulla cultura dei singoli e delle comunità, per costruire un patrimonio di credibilità istituzionale e buona amministrazione, base vitale per ogni percorso di impegno civile e crescita democratica».

Sempre secondo il presidente dell'Anac «occorre potenziare i meccanismi di trasparenza dell'azione pubblica, sia in quanto baluardo contro le infiltrazioni, sia per assicurare il coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali pubblici sia, infine, come strumento di efficienza, anche grazie alla creazione di nuove occasioni di razionalizzazione dell'azione amministrativa. In tal modo, attraverso la partecipazione civica, i Comuni sciolti per mafia possono divenire laboratori di buona amministrazione e, quindi, di buona politica».

La posizione del sostituto procuratore della Dna

Sposta l'attenzione sulla nuova mafia il sostituto procuratore Salvatore Dolce. «La legge 164 del '91 nasce all'indomani dei fatti che hanno riguardato la famosa faida di Taurianova - ricorda Dolce - Ma oggi siamo a una mafia, e direi in particolare a una'ndrangheta, che sicuramente è molto diversa dal 1991. Le indagini delle ventisei procure distrettuali, negli ultimi dieci anni, hanno dimostrato come oggi le mafie tendano sempre di più ad abbandonare il metodo della violenza e dell'intimidazione e a privilegiare la strada della collusione, della corruzione. E questo non è un caso - sottolinea il sostituto procuratore - è ovvio che viaggiare sotto traccia, senza il clamore degli attentati, delle bombe e delle minacce aiuta moltissimo i clan. Per questa ragione - conclude Dolce - è necessario tenere alta l'attenzione e lavorare per creare una zona sinergica, che coinvolga i cittadini e le associazioni come Avviso Pubblico».

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