Dopo il caso Svb

Banche, negli Usa l’allarme non è ancora superato: ecco perché

I dati sui depositi e sugli aiuti che la Fed sta erogando al sistema creditizio dimostrano che la situazione non è tornata alla normalità

di Morya Longo

(christianthiel.net - stock.adobe.com)

2' di lettura

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A metà marzo sembrava stesse per cadere il mondo. Poi la crisi delle banche regionali Usa è uscita dai radar dei mercati. Eppure non è finita: i dati sui depositi e sugli aiuti che la Fed sta erogando al sistema creditizio Usa dimostrano che a partire da aprile la situazione si è notevolmente rasserenata (i conti correnti sono tornati a crescere), ma non è certo tornata sui livelli pre-fallimento della Silicon Valley Bank. Le fiamme sembrano domate, ma il fuoco continua ad ardere sotto la brace. I dati parlano chiaro.

Guardiamo i depositi delle banche commerciali statunitensi. Da inizio anno gli istituti di credito hanno perso - secondo i dati pubblicati da Bloomberg - ben 550 miliardi di dollari: le giacenze sui conti correnti sono infatti passate da 17.800 miliardi di inizio anno ai 17.250 attuali. Cifra enorme, soprattutto se si pensa che è maturata quasi tutta in 20 giorni. Nella settimana del fallimento della Silicon Valley Bank (quella che va dall’8 al 15 marzo) le banche hanno infatti perso 174 miliardi di dollari di depositi. La settimana successiva l’emorragia è stata di 172 e quella dopo di 65 miliardi. Totale: 411 miliardi fuggiti in pochissimo tempo. Sommati ai 63 che erano scappati la settimana precedente al crack della Silicon Valley Bank, si arriva a poco meno di 500 miliardi. Ma poi, nell’ultima settimana censita, che va dal 29 marzo al 5 aprile, la ferita si è chiusa: così sono tornati indietro, nelle banche commerciali Usa, 61 miliardi di dollari. Poca cosa rispetto alla fuga precedente, ma comunque una buona notizia.

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E lo stesso messaggio si ottiene guardando l’altra faccia della medaglia: il denaro che le banche sono state costrette a chiedere alla Federal Reserve nelle varie linee di emergenza. Le linee sono tantissime, ma per avere un numero complessivo di quanta liquidità la banca centrale Usa ha iniettato nel sistema si può guardare il bilancio complessivo della Fed: dall’8 al 22 marzo la banca centrale ha iniettato quasi 400 miliardi di dollari nel sistema creditizio. Poi la liquidità di emergenza si è un po’ ridotta, ma resta tutt’ora (l’ultimo dato è aggiornato al 12 aprile) 273 miliardi più dell’8 marzo alla vigilia del crack della Silicon Valley Bank. Anche qui, dunque, le fiamme sono state in parte domate. Ma non spente.

E la Borsa lo sa bene. Sebbene ora gli occhi del mercato siano altrove (recessione, inflazione, tassi...) l’Etf che ricalca l’indice delle banche regionali Usa resta in pesante ribasso: se l’8 marzo quotava a 57,70 dollari e il 24 ha toccato il minimo a 41,28, ora è salito appena a 42,34 dollari. Resta, insomma, sui minimi. E questo rischia di avere conseguenze serie. Se le banche regionali (quelle che finanziano le Pmi americane e il settore immobiliare) soffrono, sono costrette a ridurre il credito. Già lo stanno facendo. E questo non fa altro che aumentare il rischio di recessione in Usa. Per questo ormai il mercato la dà per scontata: la domanda non è più «se», ma «quanto dura sarà».

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  • Morya Longo

    Morya LongoVicecaposervizio

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Finanza, mercati azionari e obbligazionari

    Premi: Vincitore del premio State Street 2018 – Giornalista dell’anno, autore del miglior scoop

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