Commercio

Negozi di vicinato, perso l’11% in dieci anni: soffre di più il Centro-Nord

Oltre metà dei Comuni senza esercizi di informatica e telefonia. Il Sud tiene con il turismo. Ancona, Pesaro e Mantova al top per chiusure

IMAGOECONOMICA

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Più di 5mila Comuni italiani non hanno negozi di informatica o telefonia, oltre 3mila sono privi dilibrerie, cartolerie, negozi di giocattoli o di altri prodotti culturali/ricreativi. Ferramenta, vetrine di arredamento e di prodotti per la casa mancano in 2.163 località. Fino ad arrivare all’estremo: 329 Comuni non hanno neanche un esercizio di vendita al dettaglio.

È la crisi del commercio di prossimità, che colpisce soprattutto i territori del Centro-Nord, dove il turismo non è riuscito a contenere i trend di lungo periodo che sono dietro la desertificazione (dalla grande distribuzione all’e-commerce). La fotografia territoriale è stata scattata dall’Osservatorio Reciprocità e commercio locale di Nomisma, che ha condiviso con Il Sole 24 Ore il trend degli ultimi dieci anni, Provincia per Provincia.

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I territori

Dal 2015, complessivamente l’Italia ha registrato un calo dell’11,2% dei negozi di vicinato. Un «segnale evidente di centri urbani che si svuotano, di relazioni che si indeboliscono e di comunità che rischiano di perdere i propri tradizionali punti di riferimento – commenta Francesco Capobianco, capo dell’area Public Policy di Nomisma –. Peraltro, il declino del commercio locale non riguarda soltanto l’economia, ma incide direttamente sulla qualità della vita e sulla coesione sociale dei territori».

In fondo alla classifica ci sono Ancona (-21,3%), Pesaro e Urbino (-20%) e Mantova (-19,9%). Sotto di loro, altre 27 province registrano diminuzioni superiori alla media nazionale. Di queste, solo due (Bari e Sassari) sono del Sud. Il Mezzogiorno mostra infatti una migliore tenuta, non solo posizionandosi con tutte le Province sotto la media nazionale, ma addirittura segnando, in 11 casi, una variazione positiva rispetto a dieci anni fa (Trapani, Crotone e Napoli in testa).

APERTURE E CHIUSURE

Le Province italiane per variazione percentuale del numero di negozi di vicinato tra 2015 e 2026

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La tenuta del Mezzogiorno

Il trend emerge ora con forza dall’analisi di Nomisma – che prende in considerazione solo il commercio di vicinato, escludendo le attività di alloggi turistici e i benzinai –, ma già si era intravisto dai dati diffusi a marzo da Confcommercio, che aveva rilevato la desertificazione delle imprese dal 2012 al 2025 su 122 Comuni. Anche in quel caso, il Sud aveva dominato il fondo della classifica, mostrando un calo delle attività meno pesante. «La tenuta c’è fino a un certo punto, perché la riduzione di imprese attive rimane – nota il direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, Mariano Bella –. Però risulta più contenuta». I fattori concorrenti sono diversi: «Ci sono gli incentivi – prosegue – come la misura «Resto al Sud» che sostiene l’avvio di nuove attività, o la Zes unica. Non siamo in grado di dire esattamente quanto incidano, ma sicuramente hanno un ruolo».

E poi c’è il turismo, che se per alcuni territori rappresenta una criticità, per altri diventa un’importante leva economica: «Nei casi di overtourism delle grandi città si ha un effetto negativo, perché l’afflusso turistico troppo elevato tende a espellere residenti e negozi locali. Ma nei casi di undertourism, ovvero quando si rimane sotto la soglia di affollamento sostenibile (quindi nella grande maggioranza delle località italiane), il turismo genera prosperità, sostiene la presenza delle attività garantendo il reddito dei residenti».

A giocare un ruolo sono anche demografia e logistica: popolazioni più anziane e località più difficili da raggiungere contribuiscono a conservare l’importanza di quelle reti locali fatte da piccoli esercizi familiari. Non a caso, anche la ricerca pubblicata a febbraio 2026 da Agata Maria Madia Carucci, Valeria Marzocca e Roberto Antonello Palumbo di Istat e Annamaria Fiore di Arti Puglia, aveva mostrato come, nel periodo 2014-2022, fossero state le aree interne, normalmente considerate più vulnerabili ai processi di desertificazione, a mostrare una maggiore capacità di mantenimento del tessuto commerciale.

Occupazione e settori

Per quanto riguarda il numero degli addetti, la media nazionale elaborata da Nomisma parla di una crescita del 21,2% negli ultimi dieci anni. Un dato all’apparenza in contrasto con quello dei negozi, ma nella realtà giustificato da settori ad alto bisogno di personale comeristorazione, salute e cura della persona e articoli per l’edilizia, gli unici a non mostrare sofferenza nelle rilevazioni tra 2015 e 2025. La spinta data da questi comparti all’occupazione è marcata, tanto che in nessuna Provincia italiana si registra un calo di dipendenti. Al contrario, la crescita generalizzata raggiunge vette del 37,2% a Matera, del 36,8% a Sassari e del 35,9% a Siracusa.

Nel complesso, il commercio locale in Italia conta 1,196 milioni di unità locali e quasi 2,85 milioni di addetti. Si tratta rispettivamente del 18,7% delle unità e del 14,4% degli addetti sul totale delle attività economiche presenti sul territorio nazionale. Del 1,196 milioni di unità locali, i negozi di vicinato rappresentano circa i due terzi (760mila), mentre la ristorazione conta le rimanenti 436mila. Quest’ultima però impiega molto personale: 1,5 milioni di addetti, contro gli 1,35 milioni del commercio.

IL COMPARTO

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L’evoluzione non è uguale per tutti i comparti. Tra il 2015 e il 2025 la ristorazione è cresciuta del 26,2%, mentre salute e cura della persona (+0,4%) e articoli per l’edilizia (-2,3%) hanno sostanzialmente tenuto. Le contrazioni più forti riguardano invece cultura e svago (-28%), tessile, abbigliamento e accessori (-21,4%), ferramenta (-17,8%) e gioiellerie (-15,4%).

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