Patrimonio culturale

Nei piccoli musei c’è l’ossatura del nostro Paese

A Montelupo Fiorentino il Comune cerca un direttore museale proponendo un compenso irrisorio eppure questi presidi sono importantissimi

di Patrizia Asproni

Gallerie d’Italia. Napoli. (ANSA/Cesare Abbate)

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La cultura italiana, cuore pulsante dell’identità nazionale, continua a retribuire i suoi custodi con cifre da terzo mondo (anzi, alcune nazioni dell’ex terzo mondo li pagano a volte meglio di noi) mentre i grandi musei brillano come attrazioni globali. L’avviso pubblico del Comune di Montelupo Fiorentino per la selezione del direttore scientifico del sistema museale locale – laurea magistrale con almeno 5 anni di comprovata esperienza – offre 18mila euro lordi annui, onnicomprensivi, senza rimborsi spese. Un compenso poco dignitoso per un ruolo di responsabilità dirigenziale, con un netto mensile che si riduce a circa 1.200 euro su 14 mensilità, in un settore già storicamente poverello.

I “blockbusters” come Uffizi, Colosseo e Pompei vivono in una realtà parallela: i direttori tra 140mila e 200mila euro lordi annui, con benefit e staff numerosi, grazie a flussi turistici da capogiro (i tre sopra citati totalizzano quasi 25 milioni di visitatori annui). Figure apicali del MiC percepiscono stipendi “nella norma” per la PA dirigenziale: 90-120mila euro base, più indennità, in linea con i manager pubblici di pari livello. Al contrario, il 90% del tessuto culturale - 4.500 musei su 5mila totali, soprattutto locali e provinciali -arranca con collaborazioni da 15-25mila euro lordi, spesso con partite IVA forfettarie.

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Ma questi piccoli presidi sono l’ossatura del Paese: non attrazioni per turisti mordi-e-fuggi, ma luoghi di cittadinanza attiva e socialità, gusci di welfare contro la gentrificazione, lo spopolamento, l’invecchiamento e l’abbandono delle comunità. Nei “piccoli comuni” con meno di 5mila abitanti (sono oltre 5.500: il 70% del totale dei comuni italiani), più di 2.000 musei tengono vivi tradizioni, lingue, collezioni storiche, lasciti di concittadini illustri, edifici, memorie e arti che fatichiamo a riconoscere come minori, fungendo da ultimo baluardo sociale. Eppure vengono ignorati: bilanci comunali asfittici privilegiano incarichi al ribasso per evitare concorsi, TFR e stabilità, erodendo esperienze e accentuando i processi di migrazione intellettuale e di fuga dei giovani.

Dati agghiaccianti: in campo museale 8 su 10 lavoratori guadagnano meno di 15mila annui, oltre la metà sotto i 10mila; il 69% ha salari orari sotto 8 euro. Giovani laureati in beni culturali, storia dell’arte, archeologia o museologia – attratti da Firenze, Roma o Venezia – ricevono un messaggio inequivocabile: “andate altrove”. Fughe di talenti verso il privato, l’estero o la gig economy: il turnover diventa elevatissimo, le collezioni si impolverano, le periferie si spengono.

Montelupo è solo l’ultimo caso; da Rutigliano (10mila euro per tre musei) a infiniti bandi analoghi, la prassi è strutturale.

Le cause sono note: spending review permanente, esternalizzazioni al minimo costo, inerzia burocratica. Il MiC investe in selezioni di alto profilo per grandi poli, ma lascia scoperto l’hinterland culturale. Le riforme annunciate dal 2019 – limiti al volontariato, contratti specifici di settore, riconoscimento professionale, etc. si sono dissolte nel nulla.

Per questo, la Fondazione Industria e Cultura, che presiedo, ha affidato al professor Guido Guerzoni l’incarico di istituire un Osservatorio permanente sui 1.500 musei esistenti nei Comuni sotto i 5mila abitanti. Non un semplice censimento, ma un’analisi strutturata: bilanci, organici, flussi di visitatori, modelli gestionali, intrecciati con le testimonianze dirette di direttori, operatori e comunità. Questi presidi rappresentano un argine fondamentale contro minacce reali: la desertificazione demografica – 2.500 borghi a rischio sparizione – la gentrificazione che snatura i centri storici, l’abbandono che spegne tradizioni e saperi.

I primi dati, che saranno presentati a giugno 2026, restituiscono un quadro sorprendente: realtà eroiche, sostenute da associazioni, volontari e professionisti che suppliscono alle carenze pubbliche, un lavoro di cura spesso non retribuito, certamente non valorizzato e non misurato nonostante il suo grande impatto sociale. L’Osservatorio misurerà questi impatti: quanti posti di lavoro generano, quante identità preservano, quanta coesione sociale producono.

Serve un cambio radicale di prospettiva. Alcune misure sono ormai inderogabili: un salario minimo settoriale per i direttori dei musei locali equiparato a quello dei colleghi europei; un fondo consistente del MiC dedicato esclusivamente ai piccoli musei; sgravi fiscali ai Comuni virtuosi; il divieto di indire bandi sotto soglie indegne. Solo così la cultura potrà uscire dal ghetto del precariato e trasformare i piccoli musei da Cenerentole in motori di rinascita territoriale.

Valorizzare l’ossatura capillare – e non soltanto i grattacieli del turismo – significa salvare l’Italia profonda. I giovani torneranno, se offriamo futuro anziché elemosine. Il caso Montelupo sia campanello d’allarme, non un motivo di rassegnazione.

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