Analisi Crif

Nel tessile-abbigliamento aumenta il rischio insolvenza delle Pmi

Negli ultimi due anni il tasso di default delle società di capitali della filiera è salito dell’1,5%. Ancora più critica la situazione delle aziende di pelli, cuoio e calzature, con un balzo dal 3,8% al 6,1%

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I giorni della moda donna di Milano portano sempre una ventata di entusiasmo e ottimismo tra gli operatori del settore, ma dietro le luci delle sfilate per l’industria italiana del tessile-abbigliamento il quadro resta difficile. A confermarlo sono i dati dell’Osservatorio Crif sulle imprese, che fotografano un peggioramento della rischiosità creditizia, confermando il trend degli ultimi due anni: il tasso di default delle società di capitali della filiera è salito dal 3,3% di dicembre 2023 al 4,8% di dicembre 2025, contro una media nazionale ferma al 3,3%. «È stata una crescita rapida e continua», osserva Luca D’Amico, ceo di Crif Ratings.

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Se a fine 2023 il settore presentava già una rischiosità superiore alla media, lo scarto era molto più contenuto, ma da allora il tasso di default del tessile-abbigliamento è aumentato di un punto e mezzo percentuale, mentre quello complessivo delle società di capitali (di tutti i settori produttivi) è passato dal 3% al 3,3%. Ancora più critica la situazione delle aziende di pelli, cuoio e calzature, il cui tasso di default è balzato dal 3,8% al 6,1%, il livello più elevato tra tutti i comparti analizzati da Crif.

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Il peggioramento, spiegano gli analisti di Crif, riflette una crisi strutturale: pesano la debolezza della domanda interna e internazionale, l’aumento dei costi di produzione, le tensioni geopolitiche e la concorrenza asiatica, a cui si aggiunge il rallentamento di alcuni mercati chiave per l’export italiano, come la Cina (si vedano anche Il Sole 24 Ore del 18 e 22 settembre). A incidere sono pure i cambiamenti nei comportamenti d’acquisto: tra i consumatori più giovani, la pressione del fast fashion comprime ricavi e margini, mentre sulla fascia media pesa la perdita di potere d’acquisto.

Anche il settore del lusso, sebbene più resiliente, registra segnali di frenata, in parte dovuti alla trasformazione dei modelli di consumo anche nella clientela alto-spendente. Gli elementi di debolezza emergono anche dall’analisi del credito e dunque della propensione all’investimento delle imprese. Tra aprile 2025 e marzo 2026, i finanziamenti erogati alle società di capitali del tessile-abbigliamento da parte di banche e istituti finanziari sono aumentati appena del 2%, contro il +7,1% registrato dalle imprese italiane nel loro complesso.

Su questo quadro già fragile si innestano ora gli effetti della guerra in Iran e delle tensioni in Medio Oriente, il cui impatto è particolarmente significativo per un settore molto esposto ai mercati internazionali, sottolinea D’Amico. Le imprese della moda non subiscono infatti solo gli effetti diretti sui costi produttivi e commerciali, dovuti all’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime o alle difficoltà di approvvigionamento e consegna delle merci: la crisi ha impattato anche sulla domanda di mercati chiave per la moda e il lusso, come gli Emirati Arabi e, più in generale, i Paesi del Golfo. Questa estensione della crisi alle fasce più alte del mercato rappresenta un elemento nuovo, osserva D’Amico. «Finora ci eravamo abituati a vedere periodi di difficoltà, anche accentuati, nella pancia del settore, mentre il lusso tendeva a essere anticiclico», spiega il ceo di Crif.

Un altro segnale preoccupante arriva dalla struttura stessa della filiera: la chiusura o il ridimensionamento di alcune aziende non sta producendo una redistribuzione della domanda, in molti casi è business che scompare. Con il rischio di un effetto contagio nei distretti, dove la crisi di un’impresa può indebolire fornitori e partner. È un tema tutt’altro che marginale per un comparto che in Italia conta circa 70mila imprese, concentrate soprattutto nel Centro-Nord.

Le prospettive, per ora, non indicano un’inversione di rotta. Crif segnala qualche attenuazione delle criticità, ma non elementi tali da parlare di un reale miglioramento: «Ci aspettiamo che il tasso di default continui a salire, con un’intensità maggiore rispetto al totale delle imprese italiane», conclude D’Amico, precisando che, al momento, è impossibile dare stime più precise sugli aumenti attesi.

Una dinamica che rischia di allargare ulteriormente il divario già emerso negli ultimi due anni e che, dietro l’immagine di festa e autocelebrazione della settimana della moda milanese, riporta l’attenzione sulla tenuta di una delle più importanti filiere produttive del made in Italy.

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