Nell’era dell’AI alle filiere il ruolo di connessione tra territori e competenze
La competitività del Made in Italy vince con reti di imprese per crescita, resilienza e valore condiviso. La fotografia dell’Osservatorio 4.Manager
3' di lettura
I punti chiave
- La forza del modello di filiera del Made in Italy
- Managerialità e digitalizzazione a più velocità
- Il nodo umano oltre che tecnologico
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(Il Sole24Ore-Radiocor) - Quando il matematico e meteorologo statunitense Edward Lorenz formulò oltre cinquant’anni fa la celebre domanda divenuta ormai proverbiale, "Può il battito d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?", formulando quella che è la teoria del caos, non aveva sicuramente in mente la situazione geopolitica degli ultimi cinque anni. Eppure, l’effetto farfalla è proprio quello che ha messo alla prova l’economia mondiale e quella italiana. Ancor più considerando che crisi finanziarie, pandemia, guerre, tensioni commerciali e accelerazione tecnologica sono andati ben oltre un battito d’ali.
L’altra faccia degli shock politici ed economici è che sono cambiati i parametri, sono proprio le connessioni ad aver mostrato il loro volto e la competitività del sistema produttivo non si misura più soltanto in valore, occupazione ed export. «Nell’era della conoscenza aumentata, a fare la differenza è la qualità delle connessioni tra imprese, territori, competenze, tecnologie e saperi». È questa la chiave di lettura proposta dal 7° Rapporto dell’Osservatorio 4.Manager, dedicato a “Le filiere produttive nell’era della conoscenza aumentata» (https://www.4manager.org/osservatorio/7-rapporto-dellosservatorio-4-manager/).
«Dietro un prodotto agroalimentare, un abito, un mobile, un gioiello o una soluzione meccanica avanzata non ci sono solo processi industriali, ma gesti, narrazioni territoriali, standard, brevetti e consuetudini organizzative. Elementi spesso invisibili nei bilanci, ma decisivi nella costruzione del valore. La sfida è rendere questo patrimonio più visibile, condivisibile e trasmissibile attraverso dati, piattaforme digitali e intelligenza artificiale», si legge. Connessioni, appunto, che diventano fattori decisivi non solo per la tenuta ma anche per il rilancio di un’economia.
Quando si tratta di connessioni il sistema produttivo italiano mostra una marcia in più, perché ne è permeato già nel dna, dai campanili ai distretti, fino alle filiere che «diventano i luoghi in cui si producono, si scambiano e si applicano conoscenze. Accanto ai flussi di materie prime e prodotti scorrono saperi tecnici, competenze manageriali, dati, pratiche organizzative e conoscenze tacite. È qui che il Made in Italy esprime una delle sue caratteristiche più distintive: incorporare cultura materiale e immateriale in beni e servizi riconosciuti nel mondo per qualità, identità e non replicabilità».
A parlare sono gli stessi dati dell’export italiano che, se pure con distinzioni tra settore e settore, hanno retto alle tempeste e mostrano numeri in molti casi al di sopra delle aspettative. Una delle chiavi potrebbe essere proprio qui: il rapporto dell’Osservatorio 4.Manager mostra che le filiere produttive italiane sono il luogo in cui si misura la capacità del sistema industriale di affrontare non solo le transizioni, ma veri cambi di paradigma. La struttura produttiva nazionale resta articolata: convivono grandi imprese ad alta intensità tecnologica e una rete di pmi che costituisce l’ossatura del Made in Italy. La solidità di questa rete dipende dalla capacità di trasformare le interdipendenze in leve di resilienza, innovazione e crescita condivisa.

