Il simbolo

Nella forza dei suoi no, risuona un esempio di civiltà

Dalla prima pagina

di Stefano Salis

Aggiungi Il Sole 24 Ore
ai preferiti su Google
(ANSA)

3' di lettura

3' di lettura

«Si sentiva il vento fremere a intervalli, poi il suo rumore cresceva, si avvicinava, diventava cupo e fragoroso come un rombo di tuono». Ripartiamo da qui: ma un poco prima di quello che vi aspettate, non il “rombo di tuono” ma gli aggettivi che Grazia Deledda sa mettere perfetti, «cupo» e «fragoroso», e che Gianni Brera scarta, per scegliere, da lei però prendendo, la potenza del rombo che scuote la terra. Una descrizione profetica, per gli aggettivi e per l’immagine, acustica, tellurica e biblica insieme.

C’è, infatti, qualcosa di simbolico, quasi di messianico nella parabola esistenziale, molto più che sportiva, di Gigi Riva: e la commozione, il rispetto, il sincero dolore per la perdita di qualcosa di caro, familiare anche se lontano, suscitata dalla sua scomparsa, testimonia qualcosa di più grande; più grande dello stesso Riva, intendo.

Loading...

Messianico lo era da tempo, almeno in Sardegna, dove la sua figura godeva, e godrà, di uno status da religiosità arcaica: Piero Marras, da artista, lo aveva colto nella canzone Quando Gigi Riva tornerà, risuonata, solenne e commovente, ai funerali. In quelle parole Riva trasmigra da uomo a profeta se non proprio a dio risorgente; e la religione centrale del nostro Occidente si basa esattamente sulla fiducia, no, sul credo, del ritorno. Non voglio essere blasfemo, ma intendo dire che tutti, istintivamente, riconoscono nell’icona-Riva un qualcosa che supera la sua strepitosa vicenda, sportiva e umana. Fosse solo quello, di campioni ne sono capitati e capiteranno altri e di storie di campo al limite dell’incredibile (il Leicester) pure.

Ma Riva figura altro. Epico, anche nei lineamenti e nel corpo martoriato, dirittura morale inarrivabile, come voleva Dante è personaggio che si fa allegoria. Del riscatto del più debole, della vittoria portata a chi, e dove, non si vince mai ma soprattutto di quella coerenza nel dire e stupefacente naturalezza nel praticare ciò che a tutti, quasi tutti, riesce impossibile anche solo concepire. Oggi meno che mai. Riva ha un calibro etico percepito integerrimo, una forza d’esempio civile – non temo di usare la parola – che ci interroga nella nostra profondità di persone. Sei il più forte attaccante del mondo (o qualsiasi altro mestiere) e te lo riconoscono: vogliono pagarti profumatamente per quello che sai fare, cifre impensabili, eppure tu sai dire di no. Scegli la sobrietà, la risposta meno scontata, la fedeltà a un’idea: l’istinto ti suggerisce il cammino per una strada più solitaria ma più nobile, o più adatta a te, contro le facili lusinghe. Dimostri, con quei no, che esiste un altro modo di ragionare e di essere. Chi ha la forza di dirne, di quei no? Ecco: Gigi Riva da Leggiuno, che si è fatto “sardo per noi”, indica una faticosa ma luminosa possibilità. E anche dopo, non più da calciatore, ma da padre nobile della patria (italiana) ha incarnato con ancora più forza quei valori: letteralmente scendendo dal carro, pardon, bus del vincitore. Gigi Riva è ciò che vorremmo essere e non riusciamo, l’opposto dello stereotipo che ci dipinge, noi italiani – lo siamo –, inclini alla faciloneria: il suo è un exemplum, come quello dei personaggi medievali, che tutti capiscono e pochi seguono. Eppure la sua presenza, abbagliante e silente, si staglia, ritta, nelle coscienze di tutti e le scuote come vento che freme, cresce e diventa rombo. Un rumore cupo e fragoroso che prima o poi risuona nell’anima.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti