La ghiandola

Noduli della tiroide: perché nascono, quando sono pericolosi e come affrontarli

Spesso vengono scoperti per caso. E sono sempre più frequenti. Monitoraggio nel tempo e trattamenti vanno studiati caso per caso dallo specialista

di Federico Mereta

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Incidentalomi. Si potrebbero anche definire così i noduli della tiroide quando vengono scoperti quasi per caso, magari facendo un'ecografia per tutt'altro motivo, per analizzare i vasi del collo o per scoprire le cause di un dolore al collo. Alla fine, nel referto, compare la diagnosi: presenza di nodulo-noduli della tiroide. In altre circostanze, magari perché la ghiandola non funziona al meglio o sono presenti alterazioni endocrine che richiedono il controllo, l'ecografia diventa basilare per identificare queste lesioni. Quindi parliamo di una condizione molto comune. Se nel percorso di salute trovate questa voce, sappiate che siete in buona compagnia. Andando avanti con gli anni, e soprattutto nelle donne, quasi una persona su due fa i conti con lesioni di questo tipo. Se un tempo non si vedevano oggi, aumentando i test e la precisione delle ecografie, riscontri di questo tipo sono sempre più comuni. Ma come bisogna comportarsi?

Condizione diffusa

Partiamo da un punto fondamentale. Pur se tante persone hanno uno o più noduli della tiroide, il dato va interpretato con cautela ed occorre sempre il parere del medico. “Nella stragrande maggioranza dei casi, oltre il 90%, si tratta di lesioni benigne che non evolveranno mai in tumore – è il commento di Luigi Barrea, Ordinario di Nutrizione Clinica e Dietetica Applicata, Specialista in Scienza dell'Alimentazione e Consigliere Nazionale della Società Italiana di Endocrinologia (SIE) -. Parallelamente, anche l'incidenza dei tumori tiroidei è aumentata negli ultimi decenni, ma in parte questo incremento è legato proprio alla maggiore capacità diagnostica, che intercetta noduli piccoli e clinicamente poco rilevanti”. Insomma: da un lato si individuano sempre più noduli tiroidei, anche molto piccoli, per l'uso sempre più diffuso dell'ecografia, dall'altro è in aumento anche la diagnosi di tumore della tiroide. Ma anche in presenza di neoplasia della ghiandola va detto che la grande maggioranza dei tumori tiroidei sono scarsamente aggressivi.

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Come si formano

Dare una risposta generale non è semplice, visto che i noduli tiroidei si formano in risposta ad una crescita disomogenea del tessuto ghiandolare per effetto di diversi fattori che agiscono nel tempo. “Uno dei principali stimoli è l'aumento del TSH, spesso dovuto a carenza di iodio, che induce la ghiandola a lavorare di più favorendo una crescita irregolare delle cellule follicolari – commenta Barrea -. Un ruolo importante è svolto anche dalle mutazioni somatiche, cioè alterazioni del DNA che avvengono spontaneamente nelle cellule tiroidee: alcune cellule iniziano così a proliferare in modo autonomo formando un clone che può evolvere in nodulo.

A questo si aggiunge l'infiammazione cronica, come nella tiroidite di Hashimoto, che provoca danno e rigenerazione continua del tessuto, aumentando il rischio di crescita disordinata”. Infine, va detto che contribuiscono anche fattori ambientali e biologici come l'età, le radiazioni ionizzanti e la predisposizione genetica, che aumentano la probabilità di alterazioni cellulari oltre a fattori ormonali e metabolici, come gli estrogeni e l'insulino-resistenza, che possono favorire la proliferazione tiroidea.

Conta l'alimentazione?

Quando si parla di tiroide, ovviamente, il fattore nutrizionale più importante resta lo iodio, essenziale per la sintesi degli ormoni tiroidei. Una carenza cronica, storicamente diffusa in alcune aree italiane prima della iodoprofilassi, favorisce lo sviluppo di gozzo e noduli. Oggi la situazione è sicuramente diversa rispetto a qualche anno fa. Ma attenzione: “il rapporto tra iodio e tiroide è delicato – indica l'esperto -. Anche un eccesso può risultare dannoso, secondo una relazione “a U”. Accanto allo iodio entrano in gioco fattori genetici, ormonali — con un ruolo rilevante degli estrogeni — e ambientali, come l'esposizione a radiazioni.” Negli ultimi anni, però, si è fatta strada una nuova protagonista: l'obesità. “Questa si associa infatti a infiammazione cronica di basso grado, insulino-resistenza e alterazioni ormonali che coinvolgono molecole come leptina e adiponectina – precisa ancora Barrea-. Questi meccanismi possono stimolare la proliferazione delle cellule tiroidee, favorendo la comparsa dei noduli e, secondo diverse evidenze, anche una maggiore aggressività delle forme tumorali. Non a caso, parallelamente all'epidemia di obesità, si osserva un incremento delle patologie tiroidee nodulari”.

Come si affrontano

Nel percorso diagnostico, come detto, il primo esame chiave è l'ecografia tiroidea. Oltre a confermare la presenza della lesione, ma ne descrive caratteristiche fondamentali come dimensioni, struttura, margini e vascolarizzazione. “Alcuni elementi ecografici — ad esempio margini irregolari, microcalcificazioni o forma “più alta che larga” — possono far sospettare un rischio maggiore di malignità – fa sapere Barrea .. Quando il nodulo supera determinate dimensioni (in genere 1 cm) o presenta caratteristiche sospette, si procede con l'agoaspirato, una procedura semplice e poco invasiva che permette di analizzare le cellule del nodulo”. In Italia, il risultato viene classificato secondo il sistema TIR, che distingue le lesioni benigne da quelle indeterminate o sospette. È proprio questo passaggio a orientare le decisioni successive: osservazione, monitoraggio o intervento. Ed è qui che si gioca una delle sfide più importanti della medicina moderna.

“Occorre evitare sia l'eccesso di trattamenti sia la sottovalutazione dei casi rischiosi – è la conclusione di Barrea -. La maggior parte dei noduli benigni viene semplicemente monitorata nel tempo con ecografie periodiche, senza necessità di terapia. Quando invece il nodulo è maligno o altamente sospetto, si valuta la chirurgia, che può consistere nella rimozione parziale o totale della tiroide. In alternativa, in casi selezionati, stanno emergendo tecniche mini-invasive come termoablazione o radiofrequenza, che permettono di trattare noduli benigni sintomatici anche senza ricorrere al bisturi”.

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