Tra cure e welfare

Non autosufficienza, più che una riforma la legge sugli anziani è una scatola vuota

Dal nuovo sistema di valutazione multidimensionale unificata anti-burocrazia all’assistenza domiciliare mirata fino all’accreditamento delle Rsa: l’attuazione della legge-quadro sull’assistenza alla Terza età più fragile è quasi all’anno zero

di Barbara Gobbi

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Una scatola vuota, ancora da riempire: la riforma della non autosufficienza destinata a dare risposte agli oltre quattro milioni di anziani fragili in Italia, varata dal governo Meloni a marzo 2023 con ben 30 anni di ritardo rispetto all’antesignana Austria, aspetta di essere attuata nei suoi contenuti più corposi. Per di più, molte novità importanti sono state modificate o cancellate dal decreto 29/2024 che ha in buona parte riscritto quella legge-quadro, ponendo evidenti questioni di costituzionalità.

Una riforma ancora al palo

Tradotto: sul nuovo sistema di valutazione multidimensionale unificata istituito dalla riforma (legge 33/2023) per semplificare la burocrazia di accesso a servizi e indennità, così come sull’assistenza domiciliare mirata ai non autosufficienti e sull’accreditamento delle Rsa, siamo quasi all’anno zero.

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Eppure sarebbero proprio questi gli snodi cruciali da affrontare. In un quadro dove, solo a guardare la residenzialità, le strutture coprono circa il 2% della popolazione anziana mentre negli altri Paesi Ue non si scende sotto il 4% e alla carenza di servizi si fa tutt’ora fronte con un esercito di un milione di badanti. Intanto, l’Osservatorio Conti pubblici stima che in Italia la quota di over 80 crescerà dall’attuale 8% al 10% nel 2040 e al 14% nel 2070 e in parallelo la spesa sanitaria destinata alle cure per ultraottantenni quasi raddoppierà, dall’1,3% al 2,5% del Pil.

I passi dell’Italia

Serviva una svolta decisiva e l’Italia ci ha provato. Ma se la prima parte della riforma dedicata all’invecchiamento attivo “procede”, il Titolo II della legge pensato per mettere in piedi un’architettura di presa in carico proprio degli anziani già fragili, marca il passo. Come segnala il Patto per la non autosufficienza che il 21 ottobre organizza a Roma un convegno al ministero della Salute con Orazio Schillaci. L’obiettivo è fare il punto e uscire dall’impasse. «E’ normale che una riforma ambiziosa incontri difficoltà importanti - osserva Cristiano Gori, coordinatore del Patto – ma il problema è che arriva con decenni di ritardo, gli anziani sono sempre di più e il settore versa in condizioni molto critiche». Ecco perché la tempistica è decisiva: «C’è il pericolo di iniziare a mettere mano al settore quando l’ampiezza dei bisogni inevasi e il deterioramento dell’offerta di risposte renderanno impossibili interventi migliorativi di sostanza», avvisa ancora Gori.

Burocrazia più pesante

La riforma è nata infatti per superare la frammentazione delle misure pubbliche, dislocate tra servizi sanitari, servizi sociali e trasferimenti monetari nazionali non coordinati tra loro. Tuttavia, il sistema di governance integrata previsto per programmare insieme gli interventi è stato cancellato. Quanto alle procedure, l’obiettivo iniziale era rendere più facile la vita di anziani e famiglie, oggi costretti a peregrinare tra una miriade di sportelli, luoghi e sedi. Il decreto oggi in fase preparazione, invece, paradossalmente disegna procedure più complicate aumentando il numero di passaggi da compiere.

Ferme le cure a domicilio

Tra le finalità della legge 33 vi era poi anche la definizione di nuove modalità d’intervento del welfare. Nell’assistenza a casa si puntava a introdurre un servizio domiciliare pubblico pensato per gli anziani non autosufficienti, che oggi non esiste. L’assistenza domiciliare integrata (Adi) fornita dalle Asl offre infatti solo singole prestazioni di tipo medico e infermieristico, inadeguate a gestire la complessità dei bisogni di questa popolazione. La riforma della domiciliarità di fatto è stata cancellata e qualcosa si muove solo sul fronte della telemedicina: dopo il via libera in Conferenza Stato-Regioni, è in arrivo un decreto che però limita le prestazioni ai grandi anziani e solo in modalità teleassistenza e telemonitoraggio.

Quanto alla residenzialità – spiegano dal Patto - il governo ha preparato un decreto che indica il disimpegno dello Stato per gli anni a venire, lasciando le responsabilità in mano alle regioni.

Un bonus per pochi

Sulla revisione dell’indennità di accompagnamento, poi, la montagna ha partorito un topolino: l’impianto della riforma era basato sul mantenimento del diritto per chiunque sia in condizione di bisogno, sul passaggio da un importo fisso a uno differenziato in base all’effettiva necessità di assistenza e su maggiorazione degli importi in caso di assunzione regolare di badanti. Quella “rivoluzione” è stata però accantonata a favore della sperimentazione di un bonus 2025-2026, limitato a una mini-platea di 25mila anziani ultra-fragili e per il quale non è previsto alcun monitoraggio.

Infine, le risorse: a regime servirebbero tra i 5 e i 7 miliardi in più di spesa pubblica da incrementare gradualmente. Il primo orizzonte utile per cominciare a mettere fondi freschi è la legge di bilancio che proprio in questi giorni avvia il suo iter parlamentare.

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