Sistema immunitario

Non solo reflusso: non sottovalutiamo l’esofagite eosinofila, rara ma presente

La malattia colpisce bambini e adulti e appare in aumento ma purtroppo viene riconosciuta anche a dieci anni di distanza

di Federico Mereta

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L’acido che risale, impietoso, con bruciore e dolore al torace. Il bolo alimentare che quasi fatica a scendere lungo l’esofago. Deglutire diventa un’impresa. Per chi presenta questi fastidi, l’errore più grave è sottovalutarli, magari pensando allo stress o all’alimentazione impropria, affidandosi per settimane a farmaci che combattono il reflusso acido. A volte, dietro a questa condizione che fa riferimento a disturbi digestivi più o meno intensi, potrebbe esserci una condizione che si considerava rara ma poi così infrequente non è. Si chiama esofagite eosinofila: la sua origine non è legata alla dieta, a meno che non si soffra di allergia che può favorire il quadro, né tanto meno a fatti meccanici che coinvolgono il lungo tubo elastico che da dietro la bocca scende fino allo stomaco. Siamo di fronte a una malattia cronica legata al sistema immunitario, caratterizzata dalla presenza alla biopsia di un’infiltrazione di particolari globuli bianchi, appunto gli eosinofili, che in qualche modo infiltrano la mucosa esofagea mantenendo alta l’infiammazione e generando segni e sintomi. Purtroppo, per se il quadro non è certo frequente, a volte non si considera questa possibilità. Il risultato è che la diagnosi arriva ad anni di distanza dall’inizio dei fastidi, con ovvia ripercussione sull’efficacia degli interventi.

Una diagnosi complessa

L’esofagite eosinofila fa parte di una serie di malattie caratterizzate da un’infiammazione cronica: se questa non viene adeguatamente trattata porta inevitabilmente a un rimodellamento fibrotico dei tessuti, con l’esofago che perde elasticità. Purtroppo non è facile individuare il quadro se non lo si sospetta. Lo ha recentemente ricordato Nicola de Bortoli, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Digerente dell’Università di Pisa. «Nonostante i progressi sanitari fondati sulla disponibilità di endoscopie con biopsia, il principale bisogno non soddisfatto rimane il ritardo diagnostico, che spesso oscilla tra i 3 e i 10 anni – è il suo commento -. Questo ritardo è dovuto alla natura aspecifica dei sintomi (che possono essere confusi con il reflusso o la dispepsia) e alla scarsa consapevolezza clinica. Un altro ostacolo critico è la mancanza di biomarcatori non invasivi: attualmente, la diagnosi e il monitoraggio richiedono appunto biopsie multiple tramite endoscopia».

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Certo è che l’esofagite eosinofila è in crescita. Uno studio recentemente apparso su Alimentary Pharmacology & Therapeutics riporta che la patologia colpirebbe almeno 34 bambini e 42,2 adulti ogni 100.000 abitanti. Ma probabilmente i numeri sono arrotondati per difetto. Soprattutto, si sta assistendo a una crescita continua dei casi. Uno studio multicentrico italiano, presentato al recente congresso dell’Associazione Allergologi Immunologi italiani territoriali e ospedalieri (Aaito) tenutosi a Bari, e condotto su 295 pazienti adulti seguiti in 7 centri allergologici conferma quanto i casi riscontrati siano in aumento e soprattutto come molti pazienti arrivino alla diagnosi dopo anni di sintomi. »L’aumento delle diagnosi è un segnale importante, perché ci dice che la patologia viene cercata e riconosciuta di più - spiega Alessandro Farsi, allergologo e immunologo, direttore della struttura di Allergologia e Immunologia presso l’Ospedale Santo Stefano di Prato».

Il rapporto con le allergie

Come ricordano gli specialisti, l’esofagite eosinofila è spesso inserita in un quadro allergologico più ampio: molti pazienti convivono anche con asma, rinite allergica, dermatite atopica o allergie alimentari. Il legame tra queste condizioni è la cosiddetta infiammazione di tipo 2, una risposta immunitaria comune a molte malattie allergiche. Per questo occorre inquadrare la situazione ben oltre l’esofago. «L’esofagite eosinofila non è semplicemente un’infiammazione locale - sottolinea Farsi -. È una malattia che nasce dall’interazione tra ambiente, barriera epiteliale e sistema immunitario. Per questo serve uno sguardo più ampio, capace di riconoscere non solo il sintomo esofageo, ma anche il contesto allergologico e immunologico del paziente». A fronte di questa complessità, molti pazienti imparano a convivere con i disturbi digestivi, modificando il modo di mangiare, evitando alcuni alimenti o attribuendo i sintomi al reflusso. Così la malattia può restare sottotraccia per anni. Secondo Farsi, bisogna invece «aumentare la capacità di sospetto clinico, soprattutto quando un paziente riferisce disfagia, episodi di blocco del cibo o sintomi esofagei ricorrenti».

Manifestazioni cliniche e ricerche del futuro

Le manifestazioni variano in base al segmento coinvolto: negli adulti prevalgono disfagia e impatto del bolo alimentare, mentre nei bambini si osservano rifiuti alimentari e scarsa crescita. «Occorre fare attenzione in particolare ai possibili comportamenti adattativi cioè bere molto durante i pasti, evitare situazioni sociali o cibi, triturare molto il cibo, per evitare di percepire il sintomo disfagia e di conseguenza adattarsi alla condizione di malessere», fa notare de Bortoli. Per il futuro, sempre di più le cure disponibili diventeranno personalizzate in base ai sottotipi di malattie definiti dai loro meccanismi molecolari o fisiopatologici sottostanti. Ma non basta. Si punta a sviluppare metodi di monitoraggio potenzialmente meno invasivi, come lo “string test” o la spugna esofagea. «Potrebbero eliminare la necessità di endoscopie ripetute anche se al momento non sono ancora raccomandabili nella pratica clinica – conclude de Bortoli -. Negli ultimi anni la ricerca scientifica e farmacologica ci sta fornendo armi sempre più appropriate ed in un prossimo futuro si spera anche strumenti diagnostici meno pesanti per il paziente. Questo non è solo un auspicio clinico, ma una necessità per migliorare la qualità della vita di chi convive con queste patologie croniche e recidivanti».

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