Festival di Cannes

“Notre salut”, un manifesto politico ai tempi del governo di Vichy

In concorso al Festival di Cannes il nuovo lungometraggio di Emmanuel Marre. Protagonista Swann Arlaud

di Andrea Chimento

Notre salut

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Il cinema francese in concorso a Cannes torna ancora a raccontare la Seconda guerra mondiale: dopo “Moulin”, incentrato su un celebre esponente della Resistenza transalpina come Jean Moulin e diretto dall’ungherese László Nemes, è arrivato il turno di “Notre salut” di Emmanuel Marre, regista che torna sulla Croisette cinque anni dopo la presentazione di “Generazione Low Cost” alla Semaine de la Critique.

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Se in quella pellicola del 2021, firmata insieme a Julie Lecoustre, si concentrava sulla vita di una giovane assistente di volo, con “Notre salut” cambia completamente stile e momento storico, andando a focalizzarsi su uno dei periodi più complicati del secolo scorso.

Ambientato nel 1940, il film vede come assoluto protagonista Henri Marre, un uomo che arriva da solo a Vichy con l’aspirazione di trovare un ruolo politico all’interno del nuovo regime.

Nella sua valigia c’è un manifesto politico dal titolo “Notre salut”, un saggio che ha scritto e spera di pubblicare il prima possibile, in cui è descritta tutta la sua filosofia. Henri dice di voler salvare la Francia e si dichiara fortemente patriottico, ma forse il suo principale obiettivo è salvare soprattutto se stesso.

Basta la prima sequenza per cogliere come Emmanuel Marre abbia scelto uno stile semidocumentaristico per portarci nella maniera più realistica e naturale possibile all’interno di quel contesto storico: l’uso costante della videocamera a mano contribuisce a farci entrare subito in una storia anomala, simile nella struttura a tante altre già viste ma comunque capace di avere una sua personalità per la rappresentazione del personaggio principale.

 

Notre salut

Ricordi di famiglia

Il regista Emmanuel Marre ha dichiarato che il protagonista è ispirato al suo bisnonno e il film è effettivamente basato sulla corrispondenza e le lettere che scriveva ai tempi della guerra.

Questo aspetto rende il prodotto senza dubbio intimo e personale, giustificando ancora di più l’attenzione nelle sfaccettature psicologiche di un personaggio controverso e molto ben interpretato da Swann Arlaud, attore che avevamo già ammirato in “Petit paysan” e “Anatomia di una caduta”, che qui regala uno dei ruoli più significativi della sua carriera.

Peccato che in questo racconto dalle notevoli premesse ci siano una prolissità e una durata (circa 155 minuti) non giustificate rispetto a come la vicenda viene raccontata.

Gli spunti di riflessione non mancano, ma sono diluiti in un lungometraggio che finisce per risultare troppo altalenante.

 

Her Private Hell

Her Private Hell

Tra i titoli più attesi del fuori concorso cannense va menzionato “Her Private Hell” di Nicolas Winding Refn, regista danese di culto, che ha firmato nella sua carriera film importanti come “Valhalla Rising” e “Drive”.

Dieci anni dopo “The Neon Demon”, Refn torna a realizzare un lungometraggio (in mezzo ci sono state anche due serie televisive come “Too Old to Die Young” e “Copenhagen Cowboy”) decisamente misterioso e difficile da interpretare: ambientato in una metropoli futuristica, avvolta da una nebbia costante, il film ha come protagonista Elle, una giovane donna profondamente tormentata, che cerca di riallacciare i rapporti con suo padre.

Lo stile di Refn è del tutto riconoscibile, ma il regista danese ha preso, in questo caso, una piega stilistica totalmente sterile e fastidiosa, incapace di offrire stimoli che vadano oltre quelli proposti da immagini davvero troppo artificiose e ricercate.

Dentro una sinuosa cornice, in questo caso, non c’è alcun quadro che meriti di essere visto e il risultato è un lungometraggio di una povertà concettuale devastante, incapace di farci ricordare quanto l’autore danese sia (stato?) un regista in grado di ragionare con forza sul linguaggio della Settima arte.

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