Lavoro

Oltre Taylor, nuovi modelli nell’era della conoscenza aumentata

Calo e invecchiamento della popolazione, innovazione e tensioni geopolitiche costringono a ripensare l’organizzazione del lavoro

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I punti chiave

  • La crisi demografica riduce il capitale umano
  • Gli investimenti in AI crescono ma mancano competenze
  • Le tensioni geopolitiche freno l'export e le catene di fornitura
  • Nuovi modelli organizzativi e cultura d'impresa per rilanciare la competitività

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Max Weber e Henry Ford. Ebbene, scordateli o, quantomeno, metteteli nel cassetto. Perché la rivoluzione innescata dalla tecnologia prima, amplificata dall’annunciata crisi demografica che ormai comincia a far sentire i suoi effetti e, in ultimo, fatta esplodere dalle tensioni geopolitiche che stanno ridisegnando gli equilibri globali costringono ormai a mettere in soffitta un modello che non si adatta più alle esigenze. Tra crisi di talenti, nuovi lavori, aspirazione ad una life balance più sostenibile burocrazia e separazione tra chi pensa e chi fa non funzionano.

Demografia, tecnologie e geopolitica minano i vecchi modelli organizzativi

Il dibattito su questo è sempre più acceso. Per Francesca Mazzolari, Direttrice di 4.Manager, «L’intelligenza artificiale accelera una trasformazione già in atto: la società cambia ed emergono nuove esigenze, nuovi vincoli, ma anche nuove opportunità. La popolazione e la forza lavoro diminuiscono e invecchiano, più generazioni vanno gestite nelle imprese e diventa sempre più necessario ampliare la partecipazione al lavoro, a partire da quella femminile, ancora frenata da persistenti divari di genere. Servono quindi nuovi modelli organizzativi capaci di integrare innovazione tecnologica, formazione continua, trasferimento delle competenze, flessibilità nelle modalità di lavoro e valorizzazione delle persone». Per tanti motivi, che segnano una rottura sempre più profonda con i decenni passati.

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La prima frattura è, appunto, demografica. Come rileva Giuseppe Torre, Coordinatore dell’Osservatorio 4.Manager: « Siamo in presenza di un vero e proprio “inferno demografico” che sta trasformando il capitale umano da risorsa abbondante a risorsa scarsa; la dirigenza ne è lo specchio più fedele: secondo i rapporti dell'Osservatorio oltre il 40% dei dirigenti ha più di 55 anni e solo il 22% è donna; questo ormai un conclamato squilibrio strutturale, limita l'ingresso di nuove professionalità nei ruoli apicali proprio mentre la domanda di leader si fa più sofisticata ».

La seconda frattura è tecnologica. Gli studi dell'Osservatorio sull'intelligenza artificiale mettono a fuoco il paradosso di un'automazione sempre più spinta su un vuoto di competenze, ad esempio, a fronte di investimenti in sistemi basati su AI cresciuti a doppia cifra, la maggioranza delle aziende lamenta la mancanza delle competenze necessarie a valorizzarli. In altri termini, la tecnologia corre ma l'organizzazione arranca. Inoltre, l'automazione, assorbendo progressivamente le attività ripetitive e codificabili, svuota di senso proprio il lavoro che il taylorismo aveva ottimizzato, spostando il valore verso ciò che le macchine non sanno fare: il giudizio, la creatività, la responsabilità, la capacità di integrare saperi diversi. Sono abilità queste che non possono comandarsi, si coltivano e fioriscono soltanto in ambienti fondati su autonomia e fiducia.

La terza frattura è geopolitica. Gli studi dell’Osservatorio sulle filiere segnalano un quadro di incertezza crescente: oltre un terzo delle imprese (36%) incontra ostacoli all'export, tra tensioni commerciali, frammentazione dei mercati e riconfigurazione delle catene di fornitura, mentre la domanda interna resta stagnante.

Filiere e capitale manageriale

Una lettura alternativa è possibile, sottolinea 4.Manager. A cominciare dal modello delle filiere che, rilevano gli studi dell’Osservatorio, generano oltre il 56% del valore aggiunto nazionale e il 67% dell'export con circa 17 milioni di occupati, e già ora non sono semplici aggregati di imprese che trasformano materia ed energia, ma sono diventate ecosistemi cognitivi, reti di imprese, persone e istituzioni la cui competitività si misura nella capacità di generare, trasferire e proteggere conoscenza. Altrettanto, gli studi sui saperi manageriali elaborati dall'Osservatorio, confermano che il capitale manageriale opera come moltiplicatore competitivo: dove la presenza e la qualità dell'azione dei leader crescono, crescono innovazione e capacità di sviluppo.

Cambiare diventa sempre più un imperativo, non solo per evitare di non crescere, ma per non rischiare di frenare. Una sorta di obsolescenza del modello organizzativo che diventa un rischio sistemico: le organizzazioni piramidali, costruite per competere in ambienti stabili, non hanno la velocità di risposta che gli shock geopolitici impongono, mentre le organizzazioni che distribuiscono responsabilità e delega possono leggere i segnali deboli e riconfigurarsi prima dei concorrenti o nel mentre si manifesta l’ennesima crisi geopolitica o geoeconomica, rileva 4.Manager.

Cultura d’impresa

Cambia anzitutto la cultura dell'innovazione, che cessa di essere una funzione separata, confinata in un reparto, per diventare attitudine diffusa dell'intera organizzazione, alimentata dalla circolazione della conoscenza lungo le filiere e dalla contaminazione tra saperi. Cambia la cultura della sostenibilità, che le rilevazioni dell'Osservatorio mostrano ormai integrata nelle strategie, con oltre la metà delle grandi e medie imprese impegnata in una trasformazione verso modelli sostenibili, non per adempimento ma perché sostenibilità significa accesso al capitale e capacità di attrarre le nuove generazioni. E cambia la cultura del benessere, che smette di essere welfare accessorio per diventare una condizione organizzativa obbligatoria: ambienti che riducono il controllo e ampliano autonomia e senso del lavoro sono, insieme, più sani e più produttivi.

Un modello che, però, deve partire dai leader. Non basta più il profilo a T, una specializzazione verticale su una base di saperi generali; servono competenze "a pettine", più denti di approfondimento verticale, tecnologico, gestionale, relazionale, di sostenibilità, innestati su un dorso comune di visione e responsabilità, che consentano al leader di dialogare con mondi diversi e di integrarli. Ed è esattamente, rileva 4.Manager, ciò che la scarsità segnalata dalle imprese rende oggi prezioso. Tanto quanto e, forse, più dell’AI.

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