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OpenAI, modello AI evade sandbox e attacca autonomamente piattaforma Hugging Face

Il colosso Usa: «Attacco informatico senza precedenti»: violata autonomamente una popolare piattaforma per programmatori

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Uno scenario da pellicola sull’apocalisse digitale, che forse prima o poi doveva succedere. Una piattaforma di intelligenza artificiale che durante una esercitazione decide autonomamente come muoversi, trovare una falla, uscire da una stanza e poi attaccare per giorni un’altra piattaforma. Ecco, è successo. E la piattaforma è la più nota dell’emisfero occidentale: ChatGPT.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

OpenAI, che è l’azienda produttrice di del famoso chatbot, nelle scorse ore ha reso noto che i suoi modelli di intelligenza artificiale avanzata sono andati fuori controllo durante i test di sicurezza, violando autonomamente una popolare piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco ha definito l’accaduto un «incidente informatico senza precedenti» e ha annunciato che condurrà un’indagine congiunta con la piattaforma di condivisione di codice e modelli di IA Hugging Face, vittima del cyber attacco.

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La società di Altman ha dichiarato che l’incidente ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol e un modello «ancora più capace» attualmente in fase di sviluppo. L’azienda stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro dei compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato. «Mentre operavano nel nostro ambiente di test, i modelli hanno dedicato una quantità significativa di potenza di calcolo a trovare un modo per ottenere un accesso illimitato a Internet, al fine di risolvere il problema di valutazione».

Cosa è successo

Ma proviamo a capire cosa è successo, anche perché questo evento segna un traguardo significativo nella sicurezza dell’IA e nella cybesicurezza.

Gli ingegneri della società guidata da Sam Altman stavano facendo un test interno sui modelli più avanzati, tra cui uno non ancora rilasciato al pubblico. Un test di routine, di quelli che servono a misurare quanto siano performanti i nuovi modelli nel trovare vulnerabilità, risolvere problemi di hacking e altre situazioni simili.

La parte più importante della storia, però, è un’altra. Perché per condurre questi testi, come da prassi i modelli erano stati messi in una specie di stanza chiusa digitale, una sandbox. In altre parole: in un ambiente isolato senza accesso a internet. E siccome il test riguardava proprio le capacità cyber, i filtri di sicurezza che normalmente impediscono al modello di fare hacking erano stati abbassati.

E qui si è concretizzato lo scenario da pellicola americana: il modello, per ottenere un punteggio migliore nel test, decide da solo che gli serve internet. Trova una falla mai scoperta prima (una vulnerabilità zero-day) nel sistema che gli forniva i pacchetti software, la sfrutta, ed esce dalla stanza chiusa. A quel punto è libero sulla rete.

Una volta fuori, entra nei sistemi di Hugging Face, che è una piattaforma dove si ospitano modelli AI open source. Un bersaglio, tra le altre cose, che non sembra proprio scelto a caso, perché il migliore forse per completare il suo compito. E non si limita a entrare. Nell’arco di un weekend esegue decine di migliaia di azioni automatiche, scala i privilegi, si muove dentro l’infrastruttura interna dell’azienda.

In tutto questo, Hugging Face si accorge dell’intrusione, ma non capisce chi sia: sa solo che è un agente AI autonomo, di sofisticazione mai vista. E lo dice pubblicamente.

Intelligenza artificiale, regole e supervisione umana per governarla

Nelle ultime ore il colpo di scena: OpenAI ammette che l’attaccante misterioso erano i suoi modelli, scappati durante il test. Nessun hacker umano ha dato il comando di attaccare Hugging Face. Il modello ha fatto tutto da solo, come effetto collaterale dell’obiettivo che gli era stato dato (“risolvi bene questo test”).

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Questa storia è molto probabilmente la prima documentata in cui un’AI evade il contenimento del suo creatore e compromette da sola l’infrastruttura di un’azienda terza reale. E forse dimostra che i modelli di frontiera hanno ormai capacità offensive paragonabili a hacker d’élite (o magari superiori), e che possono usarle in modi imprevisti pur di raggiungere un obiettivo. È esattamente lo scenario di cui i ricercatori di sicurezza AI parlano da anni come rischio teorico. Che ora non è più teorico.

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