Guardia di Finanza

Operazione “China Express”, smantellata frode fiscale internazionale da 1,5 miliardi di euro

Le Fiamme Gialle portato alla luce un articolato schema fraudolento nel settore dell’abbigliamento all’ingrosso e al dettaglio. 192 persone sono state denunciate e sono oltre 200 le società coinvolte. Sequestrati beni per oltre 7 milioni di euro

GUARDIA  DI FINANZA, GDF, AUTO, 117 IMAGOECONOMICA

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

192 persone denunciate, oltre 200 società coinvolte e sequestri preventivi per 22 imprenditori operanti in 14 diverse regioni italiane. È il bilancio del blitz della Guardia di finanza di Savona che ha smantellato un articolato sistema fraudolento nel settore dell’abbigliamento all’ingrosso e al dettaglio basato sull’emissione e l’utilizzo di fatture false. La maxi-operazione ha preso il nome di “China Express”.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

L’inizio delle indagini

Le indagini sono cominciate da una verifica fiscale nei confronti di un centro estetico di Albenga, in provincia di Savona, gestito da una persona di origine cinese. Dai controlli della Gdf è emerso che, nonostante l’assenza di magazzino, personale e capacità manageriali ed economiche, l’attività aveva emesso fatture per la vendita di abbigliamento all’ingrosso a 204 società operanti in tutta Italia e all’estero per un totale di circa 20 milioni di euro.

Loading...

A questo punto, l’imprenditore è stato segnalato alla Procura locale per emissione di fatture per operazioni inesistenti e distruzione e occultamento della contabilità. Non solo. A seguito di accurate attività di acquisizione documentale, di analisi dei conti e di perquisizioni personali, domiciliari e informatiche e interrogatori, i 192 beneficiari delle false fatture sono stati denunciati in quanto utilizzatori di fatture per operazioni inesistenti.

Lo schema fraudolento

L’attività investigativa delle Fiamme gialle ha permesso di ipotizzare l’esistenza di uno schema preciso e ricorrente: numerose imprese del settore del commercio di abbigliamento e bigiotteria all’ingrosso e al dettaglio avrebbero annotato nelle loro contabilità fatture per operazioni inesistenti emesse non soltanto dal primo imprenditore coinvolto nelle indagini, ma anche da numerosi altri soggetti.

Le fatture rinvenute erano caratterizzate da numerosi aspetti critici. Quelle che attestavano cessioni di beni erano vaghe, indicando oggetti come “Shoes”, “Bijoux”, “Jeans” ma senza indicare quantità, prezzo e modello del bene in questione. Quelle relative a prestazioni di servizi, come, ad esempio, massaggi, presentavano anomalie sia per gli importi dichiarati sia perché destinate a società attive nel commercio all’ingrosso o al dettaglio.

Nell’ambito di questo schema, secondo le ricostruzioni, chi acquistava i beni avrebbe ottenuto vantaggi fiscali - grazie alla deduzione del costo e alla detrazione dell’Iva indicata in fattura - e commerciali: così facendo, infatti, avevano modo di effettuare acquisti dal reale fornitore totalmente in nero per cifre di favore, per poi rivendere i prodotti a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato.

Un giro d’affari da 1,5 miliardi

Secondo le stime della Guardia di finanza, grazie a questo sistema fraudolento, le imprese verso cui sono stati emessi provvedimenti di sequestro preventivo avrebbero movimentato un volume d’affari di circa 700 milioni di euro tra il 2017 e il 2025. In totale, le somme movimentate dalle società segnalate sono state pari a circa un miliardo e mezzo di euro.

Le indagini hanno poi permesso di contestare basi imponibili evase per circa 116 milioni di euro ai principali utilizzatori delle fatture per operazioni inesistenti, localizzati prevalentemente nel Lazio, in Lombardia, in Piemonte e in Toscana.

I prestanome

Le aziende coinvolte nelle indagini, poi, erano intestate a dei prestanome che spesso nemmeno conoscevano la lingua italiana e non avevano alcuna cognizione d’impresa né disponibilità economiche e, in qualche caso, dimoravano addirittura all’interno dei capannoni delle società.

Un’impresa, per esempio, era intestata a una sessantenne cinese che non si trovava in Italia dal 2022, mentre le sue auto di lusso venivano utilizzate quotidianamente da una famiglia, sempre cinese, formalmente del tutto estranea all’azienda. Due catene di supermercati e “mercatoni” rispettivamente nelle Marche e in Emilia-Romagna, poi, erano formalmente amministrate da un diciannovenne pachistano e da una cinquantenne di Casalnuovo di Napoli nullatenenti e privi di abilità manageriali, ma i cui conti correnti erano gestiti da un cinquantenne cinese che, pur non avendo mai dichiarato redditi in Italia, era proprietario di immobili e macchine del valore di oltre tre milioni.

Loading...

Grazie alle indagini è però stato possibile risalire ai reali amministratori delle società. Talvolta si trattava di soggetti formalmente dipendenti delle imprese. In altri casi, invece, erano del tutto estranei, ma con la piena titolarità dei conti correnti societari, un’ottima comprensione della lingua italiana, delle vicende aziendali e titolari di beni mobili e immobili di grande valore a loro intestati. È il caso di un quarantenne cinese residente a Milano e titolare di una decina di società che possedeva sui suoi conti correnti circa sei milioni di euro.

I sequestri

L’operazione ha portato al sequestro preventivo di beni dal valore totale di svariati milioni di euro e alla cessazione d’ufficio di 105 partite Iva. Sono stati sequestrati contanti, azioni, quote sociali, fondi comuni e polizze assicurative per oltre un milione di euro, ma anche preziosi, gioielli, borse e orologi di lusso del valore di circa 500mila euro. I sequestri preventivi hanno anche riguardato otto immobili di lusso situati tra Roma, Milano, Prato, Vigevano e Reggio Emilia, per un valore che secondo le prime stime si aggira sui sette milioni di euro.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti