Gioielleria

Oro, i gruppi del lusso cinesi sfidano Richemont

Il settore passa da vendite a peso a modelli a prezzo fisso e brand-driven, ma consumi deboli e shift verso oro da investimento comprimono i margini

di Monica D'Ascenzo

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La fase di volatilità dell’oro negli ultimi mesi non ha solo inciso sulle dinamiche delle commodity globali, ma ha amplificato i cali nelle performance tra le società quotate lungo la filiera della gioielleria in Cina. I titoli del settore, infatti, mostrano tutti saldi negativi da inizio anno, in un contesto in cui il mercato sta rivedendo in modo strutturale il legame tra prezzo del metallo e valutazioni equity.

Per anni le società della gioielleria in oro in Cina sono state interpretate come proxy quasi diretti dell’andamento del metallo prezioso: un rialzo dell’oro si traduceva in un miglioramento automatico dei margini, quindi degli utili e dell’andamento dei titoli in Borsa. Questa relazione oggi appare meno lineare. La recente debolezza del metallo non ha infatti prodotto un movimento omogeneo, ma ha evidenziato modelli di business sempre più divergenti lungo la filiera.

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I gruppi cinesi si stanno, però, riposizionando ridisegnando il loro modello di business, passando da gioielli pagati a peso a gioielli a prezzo fisso che valorizzino anche la fattura e l’artigianalità nel loro costo complessivo. Un tentativo di sganciare l’andamento dei margini rispetto a quello della commodity di riferimento.

L’Hermès dell’oro

Laopu Gold, definita l’Hermès dell’oro, ha debuttato in Borsa il 28 giugno 2024 e veniva trattata a 40 volte gli utili previsti per quell’anno. Ora cede da inizio anno quasi il 13% e il 20% negli ultimi dodici mesi a causa di prese di profitto e timori sulle valutazioni dopo un rally eccezionale del primo anno di quotazione quando ai massimi aveva sfiorato quota 1.100 dollari di Hong Kong dai 40,50 dollari HK dell’Ipo. Il gruppo era diventato una delle principali storie di successo del lusso cinese grazie al fenomeno del guochao, cioè la crescita della domanda per brand nazionali cinesi percepiti come trendy, desiderabili e associati all’identità culturale del Paese, invece di essere considerati un’alternative inferiore rispetto ai marchi occidentali. Nel 2025 i ricavi del gruppo hanno raggiunto 27,30 miliardi di renminbi, in crescita del +221% su base annua. Di questi le vendite nella Cina continentale sono state pari all’85,6% del totale in crescita del 205,4%, mentre i ricavi all’estero hanno avuto un incremento del 4,3%. La società intende aprire 6-9 negozi all’estero nel 2026–2027, entrando in mercati come Giappone, Nord America, Australia e Medio Oriente, con l’obiettivo di espandere la propria presenza internazionale. Secondo Frost & Sullivan, nel 2025 Laopu Gold si è classificata al secondo posto tra i brand luxury globali in Cina per ricavi ed è stato l’unico marchio cinese tra i primi cinque. Il tasso di sovrapposizione dei consumatori con cinque grandi brand del lusso internazionale (tra cui Louis Vuitton e Hermès) è aumentato dal 77,3% (luglio 2025) all’82,4% (marzo 2026), confermando il posizionamento premium.

Gioielli tradizionali cinesi

Tra i colossi dl settore Chow Tai Fook Jewellery Group, che da inizio anno ha ceduto l’11,4%. Il gruppo, che conta una rete di 5.813 punti vendita al 31 dicembre 2025, sta attraversando una profonda ristrutturazione della rete retail, con centinaia di chiusure di negozi e una forte razionalizzazione delle attività nella Cina continentale. Il modello di crescita basato sull’espansione capillare dei punti vendita non sembra infatti essere più sostenibile a fronte di consumi domestici deboli e dell’aumento del prezzo dell’oro, che sta spostando gli acquisti dai gioielli ad alto margine ai lingotti d’oro come investimento, a marginalità inferiore.

Il caso di Lao Feng Xiang, -17,6% da inizia anno e -23% negli ultimi dodici mesi, riflette invece la difficoltà dei brand storici più tradizionali. Il gruppo soffre sia la debolezza dei consumi interni sia una minore capacità di intercettare i nuovi consumatori premium più giovani. Inoltre il mercato sta penalizzando i player con margini più bassi e maggiore esposizione all’oro fisico. Alcuni report di settore indicano che l’aumento dei costi fiscali e la riduzione dei benefici IVA sui retailer dell’oro potrebbero comprimere ulteriormente la redditività del comparto.

Anche Luk Fook Holdings (-7,7% da gennaio e +24% negli ultimi dodici mesi) e Chow Sang Sang Holdings (-7,4% da inizio anno e +51% negli ultimi dodici mesi) stanno pagando la stessa combinazione di fattori: rallentamento del traffico retail, consumi cinesi più deboli, volatilità dell’oro e crescente pressione sui margini. Ma per entrambe giocano un ruolo anche le prese di beneficio dopo i rialzi che hanno accompagnato lo scorso anno il rally dell’oro. Per Chow Sang Sang, poi, il mercato teme una trasformazione del modello di business da retailer di gioielleria ad alto margine a semplice distributore di oro da investimento, con minore capacità di generare redditività.

Il confronto con Richemont

Nel caso di Richemont, cede in Borsa da inizio anno il 9,5%, mentre il saldo degli ultimi dodici mesi è negativo per il 3%, il mercato sta penalizzando soprattutto l’esposizione alla domanda cinese del lusso globale. Dopo il forte rimbalzo post-pandemia, la crescita del consumatore cinese si è progressivamente indebolita, soprattutto nella fascia aspirazionale del lusso. A questo si aggiunge una crescente cautela sui multipli del settore luxury europeo dopo anni di forte espansione delle valutazioni. Anche se la gioielleria alta gamma di Cartier e Van Cleef & Arpels continua a mostrare resilienza, gli investitori stanno riducendo l’esposizione ai titoli luxury più sensibili al rallentamento asiatico.

«La crescita di Laopu Gold ha rappresentato un elemento di distorsione significativo per i brand occidentali di gioielleria. In un contesto di aumento dei prezzi dell’oro, i consumatori cinesi hanno riallocato una quota crescente della propria spesa verso oro e gioielli in oro, a scapito dei marchi luxury occidentali meno “gold intensive”. Laopu è stato il principale beneficiario di questa dinamica, mentre Richemont ne ha subito gli effetti negativi» si legge in un report di Bernstein, che prosegue: «Tale fenomeno appare però in fase di normalizzazione. Il prezzo dell’oro ha registrato una correzione significativa, le recenti modifiche alla normativa IVA in Cina continentale hanno reso meno attraenti i gioielli in oro, e la concorrenza nel segmento della gioielleria heritage a prezzo fisso sta aumentando».

Bernstein conferma sul titolo una raccomandazione Outperform, con target price pari a 200 franchi svizzeri perché «Richemont ha mostrato una performance solida nonostante la debolezza della Cina negli ultimi trimestri. Le prospettive dovrebbero migliorare con la normalizzazione dell’effetto “Laopu Gold”».

Le prospettive del mercato cinese

Resta il fatto che il rialzo dell’oro, che teoricamente dovrebbe favorire il settore, sta producendo l’effetto opposto su molti retailer. Quando il prezzo del metallo sale troppo rapidamente, il consumatore cinese tende infatti a comprare oro come asset finanziario e non come gioiello. Questo riduce la domanda di prodotti lavorati, dove i marchi guadagnano grazie al design, manifattura e craftsmanship fee (commissione di lavorazione artigianale). È uno dei motivi per cui diversi investitori stanno iniziando a preferire le azioni dei produttori minerari ai retailer di gioielleria: i primi beneficiano direttamente del prezzo del metallo, i secondi rischiano invece di subirne gli effetti sulla domanda finale.

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