Danza

Oslo e l’affascinante esotismo della “Bayadère”

Il Norwegian National Ballet alle prese con baiadere, bramini, rajah, valorosi guerrieri e regni popolati di ombre

di Vito Lentini

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Per varie ragioni il nome è ascrivibile tra le più leggendarie biografie della danza novecentesca ed è senza dubbio suo il merito di aver promosso e diffuso uno dei cardinali capolavori della coreografia dell’Ottocento. Si deve a Natalia Makarova, infatti, la prima versione integrale della “Bayadère” allestita in Occidente. Era il 1980 e la celebre ballerina e coreografa russa transfuga del Kirov avvicinava al Metropolitan di New York la più nota ambientazione indiana concepita sulle punte in una fortunatissima versione che, oltre a rimanere nel repertorio della compagnia d’oltreoceano per trent’anni, dal 1989 iniziò ad irretire i ballettomani inglesi e poco dopo anche gli scaligeri.

A quella storica première newyorkese guarda oggi il Norwegian National Ballet invitando l’indimenticata stella dallo straordinario talento lirico-interpretativo a rispolverare la preziosa eredità custodita in questo titolo di Ludwig Minkus. Così ad Oslo si torna alle intricate vicissitudini che innervano la drammaturgia di un balletto dedicato a baiadere, bramini, rajah, valorosi guerrieri e regni popolati di ombre. Grandiosa enfasi, fascino esotico ed evanescenti contrapposizioni tratteggiano questa ripresa del balletto che ha il merito di preservare la compiutezza dell’intrigo con la nota distruzione del tempio cassata in altre versioni.

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“Bayadère” a Oslo

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La compagnia norvegese

In una delle recite seguite è Grete Sofie Borud Nybakken a indossare i panni della baiadera Nikiya consegnando un equilibrato e lineare sviluppo interpretativo dagli afflati in prossimità del fuoco sacro nel primo atto fino all’apoteosi delle anime del terzo atto. Ad una coreografia perfettamente eseguita si affianca, dunque, una fondata ricerca drammatica sostenuta, vieppiù, dal suo Solor qui affidato a Alex Cuadros Joglar: principal dancer dotato di buona solidità tecnica sebbene appaia migliorabile l’affinamento dei suoi “tours en l’air”. Convincente la “querelle” della seconda scena del primo atto tra Nikiya e la figlia del Rajah restituita da Daniela Cabrera che gode di discreto smalto tecnico inscritto in una musicalità non sempre fluida. Da menzionare, nell’ultimo atto, la validissima variazione dell’Idolo di Bronzo del giovanissimo Giuseppe Ventura. Promosso a pieni voti il Regno delle Ombre, in questa scena segnata da diafana spiritualità ricorderemo equilibri e sincronismi esemplari, visioni credibili e leggiadria evanescente in ogni segmento.

Un impianto scenico, coreografico e drammaturgico, quello concepito in illo tempore da Natalia Makarova per l’edizione londinese del 1989, che anche con la troupe norvegese diretta da Ingrid Lorentzen si impone per integrità, efficacia e qualità.

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