La svolta di Lancet

Ovaio policistico: la sindrome cambia nome e diventa “metabolica”

Per la prima volta, il mondo scientifico internazionale riconosce che questa non è una semplice patologia ginecologica

di Francesca Indraccolo

 Dolore all'addome in una donna: sintomo di un problema alle ovaie Alamy Stock Photo

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La sindrome dell'ovaio policistico cambia denominazione. La rivoluzione non è solo linguistica, ma è soprattutto scientifica. La pubblicazione sulla rivista scientifica The Lancet del documento internazionale che introduce la definizione “Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome” (PMOS) in luogo di Polycystic Ovary Syndrome (PCOS) rappresenta una svolta nella comprensione della sindrome e segna una frattura netta con decenni di interpretazione riduttiva della malattia. Per la prima volta, il mondo scientifico internazionale riconosce che questa non è una semplice patologia ginecologica, ma una sindrome endocrino-metabolica sistemica e non esclusivamente riproduttiva, con implicazioni lungo tutto l'arco della vita della donna.

Il cambio di paradigma, annunciato durante il Congresso Europeo di Endocrinologia (ECE) svoltosi a Praga nei giorni scorsi, è stato accolto con favore, ma rappresenta il primo passo di un percorso non ancora concluso su questa patologia che riguarda una donna su otto. Se una condizione viene descritta come prevalentemente ovarica, il percorso tende a concentrarsi su fertilità, cicli mestruali e aspetto ecografico, mentre possono rimanere sottovalutati il rischio metabolico, la prevenzione cardiovascolare, la salute mentale, la qualità di vita.

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L'ovaio non è il fulcro della malattia

Secondo l'associazione scientifica EGOI-PCOS, il cambiamento non è ancora arrivato fino in fondo. “All'interno del nuovo nome – spiega il professor Vittorio Unfer, ginecologo e presidente EGOI-PCOS - sopravvive ancora la parola ‘ovarian'. Sopravvive cioè l'idea che l'ovaio rappresenti il centro della malattia, un errore concettuale che per anni ha condizionato diagnosi, ricerca e trattamento. L'ovaio, invece, è uno degli organi bersaglio di una disregolazione endocrino-metabolica molto più ampia, dominata dall'insulino-resistenza, dall'iperinsulinemia e dall'iperandrogenismo”.

L'eccesso di insulina altera il metabolismo glucidico, stimola la produzione ovarica e surrenalica di androgeni, amplifica l'infiammazione metabolica e alimenta quel circolo vizioso responsabile delle manifestazioni cliniche della sindrome: alterazioni del ciclo mestruale, anovulazione, infertilità, acne, irsutismo, obesità viscerale, steatosi epatica, diabete tipo 2 e rischio cardiovascolare aumentato.

“Parlare ancora di ‘ovaio policistico' o persino di ‘ovarian syndrome' – prosegue il professor Unfer - significa continuare a guardare la punta dell'iceberg. Per il gruppo italiano il documento costituisce piuttosto la conferma tardiva di un cambio di paradigma sostenuto da anni”.

Teoria e pratica clinica in Italia

Dietro questa inversione di rotta internazionale c'è stato anche un lungo confronto scientifico costruito negli anni tra EGOI-PCOS, ESHRE e la Monash University guidata dalla professoressa Helena Teede, tra le figure più autorevoli al mondo nello studio della sindrome. “Da anni - prosegue Unfer - il gruppo porta avanti una gestione multidisciplinare della sindrome, con endocrinologi, ginecologi, nutrizionisti, dermatologi e cardiologi, per superare la vecchia frammentazione specialistica. Un modello che trova oggi una delle sue espressioni più concrete nei nuovi ambulatori multidisciplinari EGOI-PCOS, come quello pubblico inaugurato da poche settimane all'Ospedale San Camillo-Forlanini di Roma. Qui la paziente viene trattata come una persona con una complessa sindrome endocrino-metabolica che coinvolge metabolismo, assetto ormonale, rischio cardiovascolare e predisposizione genetica familiare”.

Come cambia l'inquadramento diagnostico

La prevalenza del 10-15% comunemente attribuita alla PCOS deriva dai criteri diagnostici convenzionali, costruiti prevalentemente su parametri riproduttivi e morfologici. Quando la valutazione si sposta sul piano endocrino-metabolico, la fotografia assume altri contorni.

“Nell'adolescente la diagnosi rappresenta una delle aree più controverse e delicate. Irregolarità mestruali, acne e morfologia multifollicolare ovarica possono infatti sovrapporsi alla fisiologica maturazione puberale. In questo contesto, etichettare precocemente una ragazza come malata rischia di trasformare una fase evolutiva in una diagnosi stigmatizzante. Per questo EGOI-PCOS propone un approccio centrato sul concetto di ‘paziente a rischio', con particolare attenzione agli indicatori metabolici precoci”, specifica il professor Unfer.

Questa visione della malattia cambia la valutazione diagnostica nella donna adulta. “In questi casi, l'inclusione diagnostica richiede una caratterizzazione endocrino-metabolica precisa, riducendo il rischio di sovradiagnosi che per anni ha accompagnato la definizione tradizionale della sindrome”, aggiunge Unfer.

La malattia e l'equivalente maschile

Il cambio di paradigma investe persino il concetto stesso di “malattia di genere”. La crescente attenzione verso le basi genetiche ed endocrino-metaboliche della sindrome ha portato diversi ricercatori a ipotizzare l'esistenza di equivalenti maschili caratterizzati da insulino-resistenza, alterazioni metaboliche, predisposizione cardiovascolare e disfunzioni endocrine condivise. “Se questa prospettiva verrà confermata, crollerà definitivamente anche l'ultima barriera culturale che continua a confinare la sindrome nell'universo ginecologico”, dichiara il professore.

Le cure in una nuova direzione

Anche la terapia riflette questa rivoluzione. L'obiettivo non è più soltanto regolarizzare il ciclo o indurre l'ovulazione. “Oggi il centro della gestione clinica diventa il controllo metabolico a lungo termine: alimentazione, attività fisica, prevenzione cardiovascolare, riduzione dell'infiammazione metabolica e impiego degli insulino-sensibilizzanti assumono un ruolo sempre più centrale. Perché la vera partita non si gioca soltanto sulla fertilità. Si gioca sul rischio metabolico e cardiovascolare che accompagna queste pazienti lungo tutto l'arco della vita”, conclude Unfer.

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