Cinema

Cannes, Palma d’oro a “Fjord” di Cristian Mungiu

Il regista rumeno conquista nuovamente il premio principale dopo la vittoria nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”

di Andrea Chimento

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 Si è chiuso il 79esimo Festival di Cannes ed è stata un’ottima edizione, ricca di tanti titoli importanti che hanno mostrato come il cinema sia ancora il grande specchio per interpretare e capire meglio il mondo che ci circonda.

La Palma d’oro è andata a “Fjord” di Cristian Mungiu, regista rumeno che aveva già vinto il prestigioso premio nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”.

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Questa volta Mungiu esce dai confini del suo paese e ambienta la pellicola in Norvegia per raccontare la storia di una famiglia che si è da poco trasferita in un piccolo villaggio affacciato su un fiordo. Il padre è rumeno, la madre è norvegese e hanno cinque figli, tra i quali un ragazzo e una ragazza che stanno vivendo il complicato periodo dell’adolescenza.

Dopo un litigio domestico e alcune dichiarazioni di questi ultimi alle autorità per la tutela dei minori, i genitori verranno accusati di violenza e coercizione psicologica nei confronti dei figli che, da un giorno all’altro, verranno loro sottratti uno dopo l’altro.

Con il suo classico stile rigoroso e profondamente realistico, Mungiu offre una nuova, coinvolgente riflessione morale dove sarà il pubblico a dover giudicare da che parte stare e quale dovrebbe essere il futuro migliore per i personaggi più giovani.

Il regista rumeno si concentra sulle differenze culturali, ma anche etiche e religiose tra i paesi rappresentati, offrendo una prospettiva profonda e interessante attorno a temi delicati, tra cui quello della difficoltà di integrarsi in un paese straniero e dei pregiudizi che possono nascere da una parte e dall’altra.

Alcuni passaggi non sono del tutto incisivi, ma resta comunque un film che conferma la forza narrativa di un regista che, anche in trasferta, sa decisamente il fatto suo. 

Gli altri premi principali 

Il Gran Premio della Giuria è andato al bellissimo “Minotaur” di Andrey Zvyagintsev, regista dissidente russo che mancava dal mondo del cinema dal 2017, anno in cui presentò, sempre sulla Croisette, il bellissimo “Loveless”.

Ambientato in Russia nel 2022, “Minotaur” parte da un dramma intimo famigliare (l’ispirazione arriva dal film “Stéphane, una moglie infedele” di Claude Chabrol del 1969) per rappresentare un microcosmo che diviene poi potentissima metafora collettiva di un’esplosione di violenza impunita e accettata dalla burocrazia, allegoria dell’invasione russa in Ucraina.

Un riconoscimento meritato per un prodotto che mescola efficacemente gli orrori della guerra con diverse simbologie mitologiche di grande intelligenza.

Il prestigioso premio per la miglior regia è stato alzato ex aequo da Los Javis (duo spagnolo composto da Javier Calvo e Javier Ambrossi) per “La bola negra”, film altalenante ma ricco di spunti importanti, e dal grande regista polacco Pawel Pawlikowski per il potentissimo “Fatherland”.

Premio della Giuria a “The Dreamed Adventure” della regista tedesca Valeska Grisebach, un lungometraggio un po’ prolisso ma comunque dotato di forte incisività.

Il riconoscimento per la miglior sceneggiatura a Emmanuel Marre, autore del francese “Notre Salut”, buon dramma storico ambientato ai tempi del Governo di Vichy. 

Le interpretazioni e l’assenza di “El ser querido” 

Il Premio per la miglior interpretazione femminile è andato ex aequo alle due eccezionali protagoniste di “All of a Sudden” di Ryusuke Hamaguchi: l’attrice francese Virginie Efira e l’attrice giapponese Tao Okamoto si sono divise il prestigioso riconoscimento. Ex aequo anche il titolo per la miglior interpretazione maschile a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per la loro performance nel toccante “Coward” di Lukas Dhont.

Entrambi premi più che comprensibili, ma stupisce (per non dire di peggio…) la mancanza nel palmarès di un film straordinario come “El ser querido” di Rodrigo Sorogoyen, forte anche delle memorabili prove dell’attore Javier Bardem e dell’attrice Victoria Luengo. È questo lungometraggio il grande assente ingiustificato di una premiazione ricca di scelte condivisibili ma in cui avrebbe dovuto certamente trovare posto. Dispiace, va detto, anche la mancata presenza di James Gray con il notevole “Paper Tiger”. 

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Un certain regard e Caméra d’or 

Nella seconda sezione competitiva più importante del Festival ha trionfato il bellissimo “Everytime” della regista austriaca Sandra Wollner: questo dramma psicologico, incentrato sull’elaborazione di un lutto, si è guadagnato il riconoscimento e avrebbe anche meritato un posto nel concorso principale. Fa inoltre molto piacere sapere che il Premio della Giuria è andato a “Elephants in the Fog” di Abinash Bikram Shah, primo film nepalese nella storia del Festival, e che il Premio Speciale della Giuria se l’è aggiudicato il potentissimo film d’animazione “Le corset”, diretto da Louis Clichy. Il titolo per la miglior interpretazione femminile a Marina de Tavira, Daniela Marín Navarro e Mariangel Villegas, protagoniste di “Siempre soy tuo animal materno” della regista costaricana-francese Valentina Maurel, mentre quello per il miglior attore a Bradley Fiomona Dembeasset per “Congo Boy” del regista congolese Rafiki Fariala.

Infine, da segnalare che la Caméra d’or (il titolo dedicato alla miglior opera prima) è stata alzata da Marie-Clémentine Dusabejambo per l’impegnato “Ben’Imana”, film ambientato in Rwanda nel 2012, che mette al centro della storia le conseguenze del tragico genocidio contro i Tutsi. Anche questo titolo era inserito nella sezione Un certain regard, quest’anno particolarmente ricca di produzioni molto interessanti.

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