Competitività

Pannelli, è allarme Cbam. Costi in aumento del 10%

Dal 1° gennaio scatta il dazio anche sull’urea. Fantoni (Assopannelli): «La norma colpisce i produttori italiani e avvantaggia quelli extra-europei»

di Giovanna Mancini

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Aumenti del 10% circa dei costi di produzione che, inevitabilmente, ricadranno sui prezzi di vendita alle imprese clienti e ai consumatori finali. L’industria europea dei pannelli, come quella dell’agricoltura, è in allarme per l’entrata in vigore, a partire dal prossimo 1° gennaio, del Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero la normativa Ue che introduce una tassa sulle importazioni di materie prime e semilavorati che, per essere prodotti, generano elevate quantità di CO2. Tra queste l’urea, un derivato del gas naturale utilizzato prevalentemente in agricoltura come fertilizzante (per l’85%), ma anche nell’industria come base per la produzione di colle.

Obiettivi e rischi del provvedimento

Si parla di questa normativa soprattutto in riferimento a settori come acciaio, alluminio o cemento, poiché nasce con l’obiettivo di tutelare le produzioni europee, sottoposte a regole stringenti di decarbonizzazione, incentivando anche i produttori extra-europei ad aumentare il ricorso a fonti rinnovabili o quantomeno riallineando la competitività sul fronte del prezzo. Il problema è che una norma nata per ragioni e con obiettivi condivisibili rischia di minare proprio quella competitività che vorrebbe tutelare, almeno per quanto riguarda alcune filiere, tra cui appunto quella dei pannelli in legno destinati alla produzione di mobili, soprattutto, e all’edilizia, che richiedono grandi quantità di urea per la realizzazione delle resine necessarie alla produzione dei pannelli stessi.

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«Se questa normativa può avere effettivamente uno scopo di tutela per i produttori di materie prime di cui esistono in Europa importanti industrie, come acciaio, alluminio e cemento, nel caso dell’urea diventa un boomerang, perché dopo la crisi del gas del 2022 in Europa è quasi sparita la produzione di questo prodotto», spiega Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli.

A rischio la competitività europea

Oggi la capacità produttiva europea di urea copre appena il 20% del fabbisogno delle filiere industriali che la utilizzano e la produzione, attualmente, non arriva al 10%. Il risultato è che «questi aumenti di costi si tradurranno in una minore competitività dei manufatti europei la cui produzione richiede di importare da Paesi extra-Ue le materie prime e i semilavorati su cui si applica il Cbam», aggiunge Fantoni. Tanto che le associazioni europee dei pannelli avevano fatto richiesta alla Commissione Ue di non applicare questa norma sull’urea a uso industriale dato che, a differenza dell’urea usata come fertilizzante, la CO2 non viene poi dispersa nell’ambiente, ma stoccata nei prodotti stessi, ma Bruxelles ha rifiutato la proposta.

«Si tratta dell’ennesimo provvedimento che ci mette in difficoltà, come Paese e come Europa, di fronte ai competitor extra-europei - osserva Paolo Fantoni -. Il Cbam riguarda infatti solo le materie prime e i semilavorati, ma non i prodotti finiti. Pertanto, i manufatti che, pur utilizzando urea, sono realizzati in Paesi terzi non saranno colpiti da questo balzello e, di conseguenza, potranno entrare in Europa senza portarsi dietro questi oneri che rendono l’industria europea sempre meno competitiva».

L’impatto sulla fliera

L’impatto sulle imprese si annuncia pesante: «Abbiamo stimato un aumento dei costi produttivi di 8-9 milioni l’anno - spiega Stefano Saviola, consigliere delegato del Gruppo Saviola che, tra le controllate, ha anche una società chimica produttrice proprio di colle -. Ma al di là dei numeri, è proprio sbagliato l’approccio della norma, che ha un senso sui materiali e sui semilavorati prodotti nella Ue, ma non su un componente come l’urea, di cui manca capacità produttiva in Europa, non essendoci gas». I maggiori produttori sono infatti i Paesi tradizionalmente ricchi di gas naturale, come Russia, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaijan Nigeria, Egitto e Algeria (questi ultimi due, in particolare, sono i principali fornitori delle aziende italiane).

In base alle tabelle pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea, l’aumento medio si dovrebbe attestare tra i 40 e i 60 euro in più a tonnellata (a seconda dei Paesi) su una materia prima che oggi ne costa in media 400 euro. Il che si tradurrebbe in un aumento di circa 3 euro per la realizzazione di pannelli in truciolato e di 5 euro per quelli in mdf.

Una media del 10% in più circa nei costi produttivi, stima Luca Onesti, direttore di stabilimento di Chimica Pomponesco, la società produttrice di formaldeide e resine derivate per l’industria del pannello di proprietà del Gruppo Frati (che produce pannelli). «È un aumento pesante, che avrà un impatto significativo sulla nostra industria e sulla filiera - dice Onesti -. Senza contare che la delibera della Commissione con i dettagli relativi al calcolo degli aumenti Paese per Paese è arrivata solo il 16 di dicembre, rendendo molto difficile per le aziende preparare budget e strategie da comunicare ai clienti».

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