Parla la moglie di Assange: «Julian è un simbolo per la libertà di tutti. Per certi versi, come Bitcoin»
Stella Assange, dal 2022 moglie del noto fondatore di Wikileaks, racconta in esclusiva al Sole 24 Ore i passaggi che hanno portato alla scarcerazione, il 24 giugno scorso, del giornalista e attivista australiano, tornato in libertà dopo cinque anni di carcere grazie a un patteggiamento con gli Stati Uniti. Racconta anche il ruolo che Bitcoin ha svolto nella vicenda
di Vito Lops
5' di lettura
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«La lotta per la libertà di Julian è stata lunga. Ci è voluto tempo per costruire un movimento e una comprensione pubblica dell’importanza del suo caso, della sua libertà e di come essa riguardasse in realtà la libertà di tutti noi». Stella Assange, dal 2022 moglie del noto fondatore di Wikileaks, racconta in esclusiva al Sole 24 Ore i passaggi che hanno portato alla scarcerazione, il 24 giugno scorso, del giornalista e attivista australiano, tornato in libertà dopo cinque anni di carcere grazie a un patteggiamento con gli Stati Uniti.
Come ha vissuto la lotta di Julian per la libertà nel corso degli anni? E quale lezione ha tratto dalla sua esperienza?
«Con il passare del tempo c’è stato un punto di svolta, in cui erano sempre meno le persone che sostenevano la sua prigionia. Tutti quelli con cui parlavo, tutti quelli che parlavano pubblicamente, eccetto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, dicevano che Julian non doveva essere in prigione. Ma ci è voluto tempo, e questa è una lezione agrodolce: Julian ha dovuto pagare con anni della sua vita per ottenere la libertà. Di fatto le garanzie che dovrebbero esistere per i giornalisti non ci sono, perché Julian non avrebbe mai dovuto passare un singolo giorno in prigione».
La sua liberazione è stata una sorpresa?
«Per me no. E non lo è stata, credo, nemmeno per chi la viveva dall’interno, seguendo da vicino il modo in cui l’amministrazione degli Stati Uniti parlava del caso di Julian e gli sviluppi legali nella causa di estradizione. Pensavo fosse chiaro che Julian stesse migliorando la sua posizione politica col tempo, perché si trattava di un caso politico. Legalmente, sì, è stato molto vicino all’estradizione. Ma dall’altro lato, politicamente c’era supporto all’interno del Congresso degli Stati Uniti, da entrambe le parti politiche che sostenevano che questo caso era pericoloso per la libertà di stampa. Tutti i gruppi della società civile, i gruppi per i diritti umani, i gruppi per la libertà di stampa, dicevano che questo caso era molto pericoloso e doveva essere archiviato. Inoltre, il semplice fatto della prigionia di Julian per così tanto tempo ha permesso di comprendere alle persone che si trattava di una grave ingiustizia. Lui si trovava nella prigione di massima sicurezza del Regno Unito, Belmarsh, dove vengono detenuti terroristi. Era così arbitrario: era accusato per la pubblicazione di informazioni di grande interesse pubblico, riguardanti crimini di guerra. Credo che molti libri e film abbiano contribuito a una comprensione pubblica che questa fosse una grave ingiustizia. Ed è questo che finalmente ha sbloccato la situazione».


