Inflazione

Pensioni, dall’1 gennaio 2026 aumento dell’1,4%. Ecco le simulazioni della Cgil

Secondo i calcoli della Cgil e dello Spi, una pensione minima passerà da 616,67 a 619,79 euro e una pensione da 1.000 euro netti aumenterà di 11 euro al mese dopo la trattenuta fiscale

di Giorgio Pogliotti

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La percentuale di aumento delle pensioni, per l’adeguamento all’inflazione per il 2024 si conferma del +0,8 dal 1° gennaio 2025, mentre la percentuale di variazione della perequazione delle pensioni per il 2025 è pari a +1,4 dal 1° gennaio 2026, fatto salvo il conguaglio che verrà fatto in sede di perequazione per l’anno successivo.

Lo stabilisce il decreto del ministero dell’Economia sulla Gazzetta ufficiale del 28 novembre, come aveva anticipato il Sole 24 ore dell’8 novembre che ha pubblicato in anteprima le simulazioni dell’Inps.

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Le pensioni minime aumentano di 3 euro netti nel 2026

Secondo un’analisi tecnica elaborata dagli uffici Previdenza della Cgil e dello Spi Cgil con la perequazione delle pensioni fissata all’1,4% le pensioni minime aumenteranno di 3,12 euro, passando da 616,67 a 619,79 euro. Una pensione nel 2025 di 632 euro netti passerà invece nel 2026 a 641 euro netti, pari a 9 euro in più al mese. Prendiamo una pensione di 800 euro netti che crescerà di 9 euro mensili, da 841 a 850 euro. Una pensione da 1.000 euro netti nel 2026 aumenterà di 11 euro al mese dopo la trattenuta fiscale. Mentre una pensione di 1.500 euro lordi dopo la tassazione crescerà di 17 euro mensili, sempre dopo la trattenuta fiscale.

Questo livello di perequazione per Cgil e Spi è «assolutamente insufficiente» a recuperare la perdita di potere d’acquisto prodotta dall’impennata inflattiva del biennio 2022–2023, e gli aumenti previsti «risultano quasi del tutto erosi dall’Irpef e dalle addizionali, con un impatto reale minimo e in molti casi simbolico».

Sull’importo della pensione impattano il meccanismo di perequazione a fasce - che prevede un adeguamento al 100% fino a 4 volte il trattamento minimo (603,40 euro), del 90% tra 4 e 5 volte e del 75% sopra le 5 volte il trattamento minimo - e l’Irpef che si fa sentire sopra la tax area di 8.500 euro annui.

 Per Cgil e Spi «è evidente che, dopo una perdita cumulata di potere d’acquisto superiore al 10% nel solo 2022–2023, un incremento di questa entità è insufficiente a ristabilire l’equilibrio economico dei pensionati».

Tra il 2022 e il 2026 l’aumento del 16% è solo sulla carta, nella gran parte dei casi è del 12-13%

L’analisi della Cgil e dello Spi allarga lo sguardo all’andamento delle pensioni tra il 2022 e il 2026, periodo nel quale l’incremento lordo derivante dalla sola perequazione delle pensioni è stato del 16,46%. Una pensione lorda di 800 euro mensili nel 2022 passa a 932 euro lordi nel 2026 (+16,46%), mentre il netto cresce solo da 757 a 850 euro (+12,27%). Prendiamo una pensione lorda di 1.000 euro che sale 1.165 euro lordi nel 2026 (+16,46%), ma il netto passa da 898 a 1.014 euro (+12,93%). Anche per importi più elevati il fenomeno è analogo: una pensione lorda di 2.000 euro passa a 2.329 euro (+16,46%), ma il netto passa da 1.591 a 1.824 euro (+14,68%). In sintesi, «l’incremento lordo del +16,46% nella maggior parte dei casi si ferma intorno al 12–13% di incremento, ben sotto l’inflazione, segnando un distacco crescente tra aumento formale e capacità reale di spesa».

La dinamica delle aliquote medie Irpef conferma questo effetto: per una pensione lorda di 800 euro l’aliquota media passa dal 5,38% nel 2022 all’8,78% nel 2026, per una pensione lorda di 1.000 euro si passa dal 10,19% del 2022 al 12,91% del 2026, e per una di 1.500 euro la pressione fiscale sale dal 17,07% del 2022 al 18,42% del 2026.

«È evidente che una quota non trascurabile della rivalutazione finisce per essere assorbita dal fisco, trasformando la perequazione non in un reale ripristino del potere d’acquisto, ma in un meccanismo che contribuisce soprattutto al recupero del gettito fiscale eroso dall’inflazione» concludono Cgil e Spi che invitano i pensionati a partecipare allo sciopero generale del 12 dicembre.

Il paradosso: chi ha versato di più ha meno di chi percepisce una prestazione assistenziale

L’analisi di Cgil e Spi evidenzia il “paradosso redistributivo” che caratterizza il rapporto tra pensioni previdenziali basse e prestazioni assistenziali o pensioni minime integrate con maggiorazioni sociali. In sostanza abbiamo pensionati con carriere contributive più lunghe e pensioni maturate a calcolo più elevate che possono trovarsi, dopo l’applicazione dell’Irpef e delle addizionali, con importi netti inferiori rispetto a chi percepisce prestazioni assistenziali totalmente esenti da imposizione fiscale.

Prendiamo una pensione maturata di 384,62 euro mensili che viene integrata al trattamento minimo e ulteriormente incrementata dalle maggiorazioni sociali, fino a raggiungere 749,11 euro netti mensili, senza alcuna trattenuta fiscale. Invece una pensione maturata più elevata, di 692,31 euro mensili, pur beneficiando di una modesta maggiorazione sociale, supera la soglia della no tax area e diventa imponibile: le trattenute Irpef e le addizionali, pari a oltre 25 euro mensili, riducono l’importo netto a 710,47 euro, cioè 38 euro in meno rispetto alla precedente pensione assistita, pur essendo costruita su una storia contributiva più consistente. Prendiamo infine una pensione maturata di 807,69 euro mensili, che dunque non ha diritto a maggiorazioni. In questo caso le trattenute fiscali erodono l’importo netto fino a 745,97 euro, e il pensionato prende 3 euro in meno rispetto al pensionato che beneficia della prestazione assistenziale, e con oltre 10.500 euro annui di imponibile fiscale ha una maggiore pressione contributiva pregressa.

La conclusione è che «chi ha lavorato e contribuito di più può ritrovarsi con meno in tasca rispetto a chi percepisce una prestazione assistenziale, pur trovandosi entrambi in condizioni economiche di fragilità»; ciò avviene per effetto di più fattori combinati: «a causa della rigidità della no tax area ferma a 8.500 euro annui e della mancata armonizzazione tra politiche di perequazione, fiscalità e maggiorazioni sociali».

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