Dall’energia ai mutui

Per i bilanci delle famiglie la tempesta perfetta è servita

Le ricadute dei cambi di narrazione di Trump

Il presidente Donald Trump sul palco dopo il suo intervento alla convention repubblicana, giovedì 10 settembre 2026, a Dallas. (Foto AP/Julia Demaree Nikhinson) APN

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Fino a pochi giorni fa, Donald Trump dipingeva il conflitto con l’Iran sempre prossimo alla fine, una parentesi destinata a chiudersi rapidamente in pochi giorni con la vittoria americana e, soprattutto, con il crollo dei prezzi dell’energia. In settimana, dal palco della convention repubblicana di Dallas, per la prima volta il presidente degli Stati Uniti ha lasciato intendere che il conflitto non ha vita breve, ma che terminerà subito dopo le elezioni di mid term di novembre.

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Un cambio di narrazione che non è solo politico, ma economico, destinato a colpire al cuore le strategie di approvvigionamento energetico dell’Europa che per mesi ha sperato nel lieto fine del memorandum d’intesa Usa-Iran, firmato il 17 giugno scorso, per ricostruire le riserve a prezzi più bassi e riportare a livelli adeguati gli stoccaggi. Ma l’inverno è alle porte e i depositi di gas in Ue sono a livelli (66-67%) più bassi degli ultimi 15 anni.

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Bisogna quindi ricredersi. Le scorte di energia sono la prima linea di difesa per scongiurare una nuova crisi energetica. L’Italia è messa meglio, con stoccaggi all’84%. Manca solo il 6% per raggiungere almeno il 90% di riempimento entro il primo novembre di ogni anno, come da normativa europea. Tutto ciò mentre il gas supera gli 80 euro al MWh e il Brent infrange quota 100 dollari al barile, con scenari molto più critici in caso di interruzioni più prolungate delle forniture.

Dopo anni di inflazione moderata, legata perlopiù alla domanda, l’economia europea si trova quindi a subire continui shock inflattivi dal lato dell’offerta, non solo energetici ma da più fronti: aumento dei costi di produzione di fertilizzanti, di alimentari, trasporti e altre materie prime. Con l’inflazione che viaggia oltre il 3% la Bce è costretta a proseguire con il rialzo dei tassi.

Ma le banche centrali non possono produrre petrolio, riaprire Hormuz, riparare una raffineria o migliorare un raccolto con El Niño che incombe: hanno le mani legate sull’offerta e possono influenzare le dinamiche inflazionistiche solo cercando di raffreddare la domanda. Il loro strumento principale rimane il rialzo dei tassi, che però non rimuove le cause dello shock e per di più va a impattare ulteriormente i bilanci delle famiglie già alle prese con il prezzo del pieno, le bollette e il carrello della spesa già schizzati alle stelle. Costo del denaro più caro vuol dire aumento delle rate di mutui e finanziamenti, riducendo la capacità delle famiglie di diluire spese importanti nel tempo, ma vuol dire anche frenata dei redditi reali che limita il potere d’acquisto e va, più in generale, a comprimere la capacità di spesa e di risparmio.

Anche sul fronte immobiliare un credito più caro rallenta gli acquisti di abitazioni e va a sostenere la domanda di affitto, con possibili tensioni sui canoni. E poi c’è l’effetto sugli investimenti delle imprese che tenderanno a diminuire con i tassi dei finanziamenti più alti, con conseguente pressione sull’occupazione. E gli esempi di ricadute negative potrebbero continuare. Per i bilanci delle famiglie la tempesta perfetta è servita e sappiamo anche a chi dire grazie: «Thanks Donald».

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  • Gianfranco Ursino

    Gianfranco UrsinoResponsabile Plus24

    Luogo: Milano

    Argomenti: Fondi comuni, Etf, Assicurazioni, Conti correnti, Conti deposito, Mutui, Polizze fideiussorie, Anatocismo, Usura, Risparmio postale, Libretti Coop, Banche, Borsa, Consob, Banca d’Italia, Abf, Acf, Oam, Ocf, Consulenza finanziaria, Fondi pensione, Casse di previdenza, Fintech

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