Opinioni

Perché gli italiani di fatto devono diventare tali anche di diritto

In un contesto spesso dominato da paure e semplificazioni, è fondamentale riportare al centro del discorso le persone reali: più di un milione di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia non sono cittadini italiani

di Daniela Fatarella

Attivisti con bandiera del referendum cittadinanza in San Pietro, Città del Vaticano, 18 maggio 2025. ANSA / UFFICIO STAMPA Comitato referendum cittadinanza

2' di lettura

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Nel dibattito pubblico italiano si torna finalmente a parlare di cittadinanza, grazie anche al prossimo referendum che potrebbe ridefinire chi ha diritto a essere riconosciuto come cittadino italiano. È bene sapere che questa scelta riguarda da vicino i bambini, le bambine e gli adolescenti, e che l’esito del referendum influirà (anche) sul loro futuro. In un contesto spesso dominato da paure e semplificazioni, è fondamentale riportare al centro del discorso le persone reali che vivono le conseguenze di leggi antiquate e ingiuste. Tra queste, più di un milione di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia, ma che cittadini non sono.

Si tratta di bambini che frequentano le scuole italiane, parlano italiano come prima lingua, tifano per la Nazionale e crescono condividendo le stesse esperienze dei loro coetanei. Eppure, non hanno gli stessi diritti. Non possono partecipare pienamente alla vita sociale, sportiva o culturale del nostro Paese. E, al compimento della maggiore età, si trovano improvvisamente di fronte a ostacoli burocratici enormi, che rischiano di precludere loro l’accesso allo studio, al lavoro, alla mobilità.

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Negare la cittadinanza a chi è parte integrante del tessuto sociale italiano significa perpetuare una diseguaglianza profonda e ingiustificata. Significa dire a questi bambini che, pur essendo “italiani di fatto”, non lo sono “di diritto”. È una ferita che si apre nell’infanzia e che può condizionare tutto il percorso di vita. Una ferita che non riguarda solo loro, ma tutta la nostra società, perché mina le basi della coesione e del senso di appartenenza collettiva.

Come Save the Children, lavoriamo ogni giorno al fianco di questi bambini e delle loro famiglie. Conosciamo le loro storie, le loro difficoltà, i loro sogni. Sappiamo quanto il riconoscimento giuridico della loro identità sia fondamentale non solo per la loro crescita, ma per costruire una società più inclusiva, più ricca, più forte. Una società che valorizza le sue diversità invece di temerle.

Non possiamo continuare a lasciare questi giovani ai margini, ignorando il loro contributo e la loro realtà.

Il referendum in arrivo rappresenta un’occasione storica per affrontare con coraggio e responsabilità una questione che l’Italia rimanda da troppo tempo. Il nostro ordinamento continua a legare la cittadinanza quasi esclusivamente al sangue (ius sanguinis), ignorando realtà complesse e radicate come quella di milioni di bambini nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri. Non si tratta di aprire una porta, ma di riconoscere ciò che già esiste. La cittadinanza è un diritto, non un premio.

Ceo di Save the Children

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