I nodi applicativi

Piano casa, un commissario per gestire l’edilizia popolare

Recupero di 61mila alloggi popolari inagibili e focus su altri 53mila immobili pubblici inutilizzati. Regia centralizzata e risorse affidate a Invitalia che partirà con 970 milioni di euro

di Michela Finizio e Raffaele Lungarella

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Il puzzle del Piano casa ha preso forma e il testo pubblicato in Gazzetta ufficiale il 7 maggio scorso mette a sistema risorse, che per lo più hanno radici altrove, con l’obiettivo primario di aumentare l’offerta abitativa «senza consumo di suolo» - come precisato dalla stessa premier Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di presentazione del provvedimento - e ridurre così il fenomeno dell’emergenza abitativa.

Il primo capitolo di intervento, quello dai contorni più definiti, punta al recupero dei 61mila alloggi dell’edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata, attualmente inagibili, secondo l’ultima ricognizione Federcasa-Nomisma. Il perimetro di intervento, poi, potrebbe coinvolgere fino a 53mila immobili pubblici inutilizzati: il censimento è del ministero dell’Economia, il quale sottolinea che questi alloggi «potrebbero essere destinati sia a edilizia residenziale pubblica, che sociale, che integrata». In pratica, sommando le unità abitative potenzialmente interessate, il Piano casa interesserà circa 114mila alloggi. 

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L’operazione potrebbe soddisfare solo una parte delle 250mila richieste in liste d’attesa per un alloggio sociale al 31 dicembre 2024 (di cui 60mila a Milano e hinterland), ultimo dato diffuso da Federcasa che riunisce 85 enti gestori dell’edilizia residenziale pubblica (tra cui Atc, Ater, Iacp, Aler, Arca e altri) .

Le risorse in campo

La scommessa innanzitutto parte dalle risorse finanziarie. Il piano rimette in circolo fondi giacenti, già stanziati sia dal governo in carica sia da quelli precedenti, e parte da 970 milioni di euro distribuiti nei cinque anni tra il 2026 e il 2030. Di questi 100 milioni provengono dalla riduzione dell’autorizzazione di spesa iscritta nel bilancio di previsione per il 2024; i restanti 860 dalla cancellazione dell’autorizzazione del bilancio 2024. Entrambe le norme prevedevano la realizzazione di programmi con le stesse finalità, ora raggruppate sotto l’insegna del Piano casa.

È inoltre previsto l’utilizzo del 50% delle risorse destinate dal Fondo sociale per il clima (regolamento Ue 2023/955) a sostegno delle famiglie vulnerabili: per il periodo 2026-2032 il ministero dell’Ambiente destina all’edilizia residenziale pubblica 1,47 miliardi di euro, di cui quindi 735 milioni dovrebbero essere dati in dote al Piano casa.

Potrebbero infine aggiungersi 4,8 miliardi tra il 2027 e il 2034, con importi annuali di 500 milioni tra il 2027 e il 2030 e 700 tra il 2031 e il 2034: questi fondi “potranno” essere stornati dai contributi assegnati (con la legge di bilancio per il 2020, articolo 1, comma 42, 160/2019) ai Comuni per la realizzazione di progetti di rigenerazione urbana, ma il loro conferimento non sembra certo. L’incertezza potrebbe derivare dal fatto che l’eventuale decreto del presidente del Consiglio dei ministri, oltre al concerto dei ministri interessati, deve ottenere anche l’intesa in sede di Conferenza Stato-città e autonomie locali. Insomma se manca il via libera dei sindaci non si potrà procedere.

Gli interventi di recupero

In base alle stime del Governo, la spesa unitaria per recuperare gli alloggi censiti si aggira tra 20mila e 30mila euro. «Gli interventi messi in campo finora grazie ai fondi regionali accantonati per queste finalità hanno richiesto una spesa media pari a 20mila euro, ma per alcuni alloggi basterebbero 7-8mila euro e la maggior parte richiedono interventi di piccola entità», spiega il presidente di Federcasa, Marco Buttieri.

In passato furono approvati altri due programmi di politica abitativa denominati “piano casa”. Nel 2008 il governo Berlusconi approvò un piano (articolo 11 del Dl 112/2008) per «garantire su tutto il territorio nazionale i livelli minimi essenziali di fabbisogno abitativo», con una dote di 200 milioni di euro per gli interventi immediatamente realizzabili di edilizia residenziale pubblica. Nel 2014 il governo Renzi promosse (articolo 4, Dl 47/2014) un nuovo programma di recupero e manutenzione degli alloggi degli Iacp e degli altri enti pubblici, con una dote finanziaria iniziale di una sessantina di milioni di euro, cui ne furono aggiunti 500 con la legge di Bilancio per il 2015, ma diluiti in dieci anni. Entrambi i governi ripartirono i finanziamenti tra le Regioni, che finora sono state il perno di questi programmi di recupero del patrimonio.

La regia centralizzata

 «Le procedure - racconta Buttieri - finora sono state farraginose. La gestione dei fondi è demandata alle Regioni che, ognuna con i suoi bandi, richiedevano candidature e computi spesso affrettati, poi si restava in bilico in attesa delle graduatorie e delle autorizzazioni. Poi i fondi arrivavano solo in un secondo momento, alla fine della redicontazione. Ci abbiamo messo anche due anni a fare certi interventi».

Con il Piano casa del governo Meloni la regia ora viene centralizzata: le risorse confluiranno in un conto gestito da Invitalia e saranno distribuite sulla base di bandi che dovranno premiare interventi di partenariato pubblico-privato inseriti in piani di contrasto del degrado o di rigenerazione urbana.

Per l’attuazione sarà nominato un commissario straordinario (con una struttura di supporto alle sue dipendenze), che resterà in carica fino a fine dicembre 2027 e potrà operare attraverso il sistema delle ordinanze, in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni del codice delle leggi antimafia, delle disposizioni del codice dei beni culturali e del paesaggio, nonché dei vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’Ue.

«L’elenco degli immobili su cui intervenire – commentano da Federcasa – dovrà essere redatto dal commissario, ma poi bisognerà capire come avverrà il riparto dei fondi, finora assegnati alle Regioni in base al numero di alloggi. In pratica si dovranno decidere le priorità e chi gestirà le gare. Le nostre aziende sono tutte stazioni appaltanti e possono gestirle in autonomia. È difficile a immaginare gare centralizzate per interventi sparsi sul territorio nazionale».

Questi e altri punti andranno chiariti all’interno della cabina di regia del Commissario, di cui Federcasa farà parte (come previsto dal decreto). Tra le altre cose, essendo tutte le “aziende per la casa” degli enti pubblici, gli immobili più vecchi di 70 anni saranno vincolati al parere delle soprintendenze: il 13,4% degli alloggi Erp è stato costruito prima del 1948 e il 31,8% tra il 1948 e il 1974.

A conferma del fabbisogno esistente, la missione M7I17 del Pnrr per l’efficientamento energetico dell’edilizia residenziale pubblica ha già raccolto 46 domande validate sul portale del Gse per 347 milioni di euro e al 30 aprile scorso risultano depositati altri 239 progetti per altri 1,75 miliardi. Con il risultato che se le gare arrivassero tutte al traguardo servirebbero altri 70 milioni rispetto allo stanziamento iniziale per soddisfare la domanda.

I quattro pilastri del Piano

Il recupero degli alloggi Erp

Piano straordinario di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata. Le risorse confluiranno in un conto gestito da Invitalia e saranno distribuite sulla base di bandi che dovranno premiare interventi di partenariato pubblico-privato, inseriti in piani di contrasto del degrado o di rigenerazione urbana. Per l’attuazione degli interventi sarà nominato un commissario straordinario (avrà una struttura di supporto alle sue dipendenze), che potrà operare anche in deroga attraverso il sistema delle ordinanze

Morosità incolpevole

Viene poi istituito un Fondo rotativo di garanzia per la morosità incolpevole degli assegnatari Erp, con dotazione di 22 milioni per il 2026 e 2 milioni per il 2027, alimentato da quota parte dei canoni versati dagli assegnatari. Criteri di accesso e modalità operative saranno definiti con decreto Mit-Mef entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto

L’alienazione del patrimonio

Viene introdotto poi il diritto di riscatto degli alloggi Erp in favore di assegnatario non moroso, purché non proprietario di altra abitazione, ma anche in questo caso le procedure operative saranno definite con successivo decreto interministeriale, previa intesa della Conferenza unificata. Possibile, infine, destinare risorse del programma straordinario a progetti di locazione di lunga durata con facoltà di riscatto progressivo (rent to buy) secondo scadenze predefinite, rivolti a giovani, giovani coppie e genitori separati, su immobili di almeno venticinque unità con vincolo di elevata efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Le unità sono assoggettate ad apposito atto d’obbligo trascritto a favore del Comune, che definisce anche i vincoli sul prezzo di cessione in caso di successiva vendita da parte dell’originario locatario

Fondo per l’housing sociale

Il Piano prevede la concentrazione, in un apposito strumento finanziario gestito da Invimit Sgr (denominato Fondo housing Coesione), delle risorse di derivazione europea e nazionale che sono oggi destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa nei vari livelli di governo. Agirà tramite comparti specifici dedicati a ciascuna Regione o Provincia autonoma. L’obiettivo è di aggregare risorse oggi disperse e trasformarle in programmi di intervento più coordinati, misurabili e organizzati

Interventi privati più snelli

Il terzo pilastro di intervento del Piano Casa prevede il coinvolgimento dei privati: lega le semplificazioni procedurali e urbanistiche all’obbligo di destinare una quota molto significativa degli interventi privati — il 70% del valore dell’investimento — a locazione o vendita a prezzo calmierato, con valori inferiori di almeno il 33% rispetto a quelli di mercato. Per gli investimenti superiori al miliardo di euro, è prevista la nomina di un Commissario straordinario che dovrà rilasciare un provvedimento unico di autorizzazione.

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