Governance

Piazza Affari, la sfida è la costruzione di un sistema europeo dei mercati

In 10 anni Borsa Italiana ha perso 130 miliardi di valore tra delisting e trasferimenti in altre Borse estere, secondo i dati Assonime

Da sinistra Massimo Tononi, presidente Banco Bpm; Fabio Tamburini, direttore Il Sole 24 Ore; Alessandra Balbo, direttrice generale Cabina di Regia Mercato Dei Capitali Mef; Andrea Beltratti, presidente di Revo Insurance

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C’è un filo che lega quasi tutte le assemblee delle società quotate italiane nel 2026: la governance torna al centro delle scelte degli investitori. Non soltanto nella valutazione delle politiche di remunerazione o del rinnovo dei consigli di amministrazione, ma anche nella capacità delle imprese di dimostrare trasparenza, qualità delle informazioni e preparazione di fronte alle nuove sfide, a partire dall’intelligenza artificiale. L’ultima tornata delle assemblee del Ftse Mib racconta un mercato in cui il dialogo tra imprese e azionisti appare più solido rispetto agli ultimi anni con un crescente consenso sulle politiche di remunerazione, un dato elevato a livello di partecipazione con un quorum medio del 73,17%, un consolidamento del ruolo dei grandi investitori istituzionali. Allo stesso tempo non mancano elementi di novità dovuti all’innovazione, che porta stabilmente nell’agenda delle società l’introduzione dell’intelligenza artificiale. E’ il quadro che emerge dall’analisi dei dati fatta da Georgeson e presentata nella quarta edizione dell’evento “Stagione assembleare” organizzato dallo studio legale Chiomenti.

Il pomeriggio di lavori è stata l’occasione anche per un confronto sulla riforma organica del Testo Unico della Finanza (Tuf), introdotta dal decreto legislativo 47/2026 e entrata in vigore ad aprile 2026. «La riforma del Tuf non è un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio di modernizzazione del mercato dei capitali e della governance delle società quotate. L’ampliamento degli spazi di autonomia statutaria e di flessibilità, in particolare per neoquotate e pmi, rappresenta un passaggio di significativo interesse, perché consente la possibilità di costruire assetti di governance più adattabili alle caratteristiche delle singole società, alla composizione del loro azionariato e alle diverse esigenze del mercato, rimettendo in ogni caso a quest’ultimo il giudizio circa i relativi termini e le modalità di utilizzo» ha commentato Paolo Valensise, partner Chiomenti e ordinario di Diritto commerciale all’università Roma Tre, che prosegue: «A valle delle concrete esperienze applicative e dei relativi esiti sarà quindi possibile comprenderne la maggiore o minore efficienza e, soprattutto, l’effettivo grado di apprezzamento del mercato, valutando anche eventuali affinamenti e miglioramenti».

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Lorenzo Casale, head of market Italy di Georgeson, dal canto suo osserva: «L’iniziativa di riforma del Tuf è stata ben accolta poiché si riteneva adeguato aggiornare il quadro normativo di un mercato soggetto a positiva e profonda evoluzione quale quello italiano. L’applicazione dello stesso dovrà però ora tenere conto di un giusto bilanciamento tra efficienza del processo e titolarità dei diritti, soprattutto in riferimento alle dinamiche assembleari».

Tra delisting e capitali privati

L’occasione di fotografare il mercato azionario italiano all’interno di un confronto più ampio internazionale è stata la tavola rotonda che ha visto intervenire Alessandra Balbo, direttrice generale Cabina di Regia Mercato Dei Capitali del ministero dell’Economia e delle Finanze; Andrea Beltratti, presidente di Revo Insurance; Massimo Tononi, presidente di Banco Bpm; coordinati da Fabio Tamburini, direttore Il Sole 24 Ore, Radio 24, Radiocor.

Tononi ha ricordato come a Piazza Affari siano stati persi negli ultimi dieci anni secondo i dati Assonime 130 miliardi di valore, di cui 80 miliardi nel rapporto delisting/Ipo e 50 miliardi per il trasferimento, soprattutto in Olanda, di grandi gruppi italiani. In questo contesto è necessario non guardare alla singola norma, ma a un sistema complessivo che si inserisca nell’ottica di una maggiore integrazione con i mercati europei, nell’ottica di un’Unione del mercato dei capitali. «Dobbiamo iniziare a parlare europeo, dobbiamo ragionare a livello continentale e non solo a livello di governance. I mercati americani contano per il 60%, l’Europa per il 10% e l’Italia per l’1%. Se vogliamo avere una chance dobbiamo lavorare in un’ottica europea».

Nella stessa direzione si è mosso l’intervento di Beltratti, che ha invitato ad allargare lo sguardo al maggiore mercato mondiale: «Negli Stati Uniti si è raggiunto il massimo delle società quotate a metà degli anni ’90 con 8mila società, oggi siamo a 4.500 e il rapporto fra le società quotate e non quotate con oltre 20 addetti è dello 0,76% pari a una ogni 130. L’Italia ha un rapporto di 0,04%, vale a dire una ogni 2.500». Ma in Italia non manca solo lo sbocco della quotazione in Borsa, secondo Beltratti, che ricorda come anche gli asset privati sono a un livello di sviluppo ancora carente rispetto ad altri mercati, sia a livello di fondi di private equity e venture capital sia di private debt.

L’intervento di Alessandra Balbo, direttrice generale Cabina di Regia Mercato Dei Capitali del ministero dell’Economia e delle Finanze, ha fornito il perimetro istituzionale entro cui si inserisce il dibattito: quello di una progressiva integrazione del mercato dei capitali europeo come leva necessaria per colmare il divario competitivo con Stati Uniti e altre piazze finanziarie globali.

L’identikit di una stagione assembleare

Tornando al report presentato da Georgeson, dall’analisi emerge come a cambiare sia soprattutto la composizione della partecipazione. Dopo alcuni anni in cui gli investitori di minoranza avevano progressivamente aumentato il proprio peso, nel 2026 torna a prevalere l’azionista strategico, che rappresenta il 38,24% del capitale presente in assemblea, contro il 34,93% riconducibile alle minoranze. Una dinamica che segnala un maggiore coinvolgimento degli azionisti di riferimento, pur senza ridurre il ruolo sempre più attivo degli investitori istituzionali.

L’azionariato delle blue chip italiane continua intanto a parlare soprattutto internazionale. Gli investitori statunitensi restano di gran lunga i più presenti, con 194 partecipazioni nelle società del Ftse Mib, davanti a Germania (133), Regno Unito (119) e Francia (89). Gli investitori italiani si fermano invece a 40 partecipazioni, confermando una struttura proprietaria ormai fortemente globalizzata. In questo scenario non cambiano nemmeno gli equilibri tra i grandi gestori: BlackRock mantiene la leadership, seguita da The Vanguard Group e Norges Bank Investment Management, protagonisti trasversali in quasi tutti i settori del listino.

Il consenso per le remunerazioni

Sul fronte delle tematiche all’ordine del giorno delle assemblee il dato più significativo della stagione assembleare 2026 riguarda la politica di remunerazione, che raccoglie un consenso medio del 92,33%, mentre il sostegno delle sole minoranze raggiunge il 78,09%, entrambi valori in crescita rispetto allo scorso anno. Anche la relazione sui compensi corrisposti registra livelli di approvazione record, con il 92,73% dei voti favorevoli sul totale del capitale presente e il 78,65% tra gli investitori di minoranza.

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Il risultato non appare casuale dal momento che negli ultimi anni molte società hanno progressivamente affinato i propri sistemi di incentivazione, rendendo più chiari gli obiettivi di performance e rafforzando il collegamento tra remunerazione e creazione di valore nel lungo periodo. Non sorprende quindi che anche i proxy advisor abbiano ridotto le raccomandazioni di voto negativo. ISS si è espresso contro la Politica di Remunerazione nel 24% dei casi analizzati, mentre Glass Lewis si è fermata al 18%, confermando un clima decisamente meno conflittuale rispetto al passato.

Ciò non significa che tutte le criticità siano state superate. Al contrario, le osservazioni formulate dai proxy advisor mostrano come alcuni temi continuino a ripresentarsi con regolarità. Nel 73% delle società oggetto di rilievi permane il ricorso a compensi discrezionali ritenuti eccessivamente ampi, mentre nel 55% dei casi vengono contestate indennità di fine mandato superiori a 24 mensilità. Rimangono inoltre frequenti le richieste di maggiore trasparenza sui meccanismi premiali e sulle clausole che consentono deroghe ai criteri di remunerazione. Per quanto riguarda la Relazione sui compensi, il principale punto debole continua a essere l’informativa sugli incentivi variabili, ritenuta insufficiente nel 39% delle società esaminate.

I rinnovi dei cda

Il rinnovo dei consigli di amministrazione, secondo l’analisi di Georgeson, conferma alcune tendenze ormai consolidate. Nel corso del 2026 sono state 14 le società del Ftse Mib chiamate a eleggere il nuovo board. In 11 casi è stata presentata la lista dell’azionista di controllo, mentre il Comitato dei Gestori ha depositato una propria lista in 12 società. Solo tre rinnovi hanno visto la presenza della lista predisposta dal Consiglio uscente, tutti nel comparto bancario.

Il quorum medio delle assemblee dedicate al rinnovo dei board si è attestato al 72,14%, con un peso delle minoranze pari al 37,56%, superiore a quello dell’azionista strategico (35%). Un dato che conferma quanto gli investitori istituzionali siano ormai diventati protagonisti anche nelle decisioni relative alla composizione degli organi di amministrazione. Le valutazioni dei proxy advisor hanno privilegiato soprattutto la qualità dei candidati e i requisiti di indipendenza, più che la provenienza delle liste.

L’AI entra nell’ordine del giorno

La tornata di assemblee del 2026 ha segnato l’ingresso definitivo dell’intelligenza artificiale nell’agenda della corporate governance. L’attenzione degli investitori si sta rapidamente spostando dalla semplice adozione delle tecnologie ai sistemi con cui le imprese ne governano l’utilizzo. Le richieste riguardano competenze specifiche all’interno dei board, modelli di gestione del rischio, processi di controllo, formazione del personale e conformità alle disposizioni introdotte dall’Eu AI Act.

Parallelamente cambiano anche le politiche di stewardship dei grandi investitori istituzionali. Cresce l’interesse verso la trasparenza degli algoritmi utilizzati nei processi decisionali, il mantenimento di una supervisione umana nelle decisioni di voto e la definizione di regole capaci di evitare un’eccessiva dipendenza dagli strumenti automatizzati. L’obiettivo non è sostituire il giudizio umano, ma rafforzarlo attraverso un utilizzo responsabile delle nuove tecnologie. Le esperienze maturate negli Stati Uniti indicano che questa evoluzione è già iniziata. In particolare tra il 2023 e il 2026 gli azionisti hanno presentato un numero crescente di proposte dedicate alla governance dell’intelligenza artificiale, chiedendo maggiore trasparenza, controlli più rigorosi e un ruolo più incisivo dei cda. Alcune di queste iniziative hanno raccolto un consenso superiore al 40%, una soglia significativa per temi ancora relativamente nuovi nel dibattito assembleare.

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