Open call Padiglione Italia

Piazza: il potere delle immagini di imprimersi nella mente

Osserva cosa rende un lavoro memorabile e un’esperienza veramente immersiva. Già cura uno spazio che è morfologicamente molto simile all’Arsenale

di Marilena Pirrelli e Nicola Zanella

Samuele Piazza, capo curatore OGR di Torino

3' di lettura

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Samuele Piazza, (parmense, classe 1988) curatore capo delle OGR di Torino è responsabile del programma di arti visive. Ha curato mostre personali degli artisti Mike Nelson, Maria Hassabi, Monica Bonvicini, Nina Canell, Sarah Sze, nonché mostre collettive come “Vogliamo Tutto”, “Mutating bodies, imploding stars” e “Dancing is what we make of falling”. Ha conseguito un Master in Arti Visive presso l’Università Iuav di Venezia e un Master in Estetica presso il CRMEP della Kingston University di Londra. È stato Helena Rubinstein Fellow del Whitney Museum ISP nel 2015-16.

Ci racconti di te, del tuo percorso e della tua visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del tuo percorso?

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Ho studiato arte e filosofia, formandomi tra l’Italia, l’Inghilterra e gli Usa. Da ormai otto anni lavoro alle OGR Torino dove sono il capo curatore. Direi che il mio lavoro degli ultimi anni si è concentrato su una riflessione sullo statuto dell’immagine contemporanea. In un’epoca in cui siamo abituati a scrollare foto con una soglia dell’attenzione di pochi decimi di secondo, mi sono interessato a quelle pratiche che si concentrano sul potere delle immagini di imprimersi nella mente, cercando di ragionare su cosa renda un lavoro memorabile e un’esperienza veramente immersiva; penso in questo senso al lavoro di Maria Hassabi, di Sarah Sze o di Arthur Jafa. Recentemente ho commissionato e prodotto un lavoro video di Cyprien Gaillard («Retinal Rivalry», 2024) che usava tecnologie video 3d sperimentali, trasformando il video in scultura, ridefinendo l’esperienza ottica dello spettatore; e sto finendo in questi giorni di lavorare ad una pubblicazione dedicata al lavoro di P Staff. Mi interessa il modo in cui le sue opere mescolano poesia e violenza; in questo caso guardiamo all’estasi come modalità di conoscenza corporale ai limiti della sensibilità umana. Mi ha inoltre sempre interessato una storia sociale dell’arte, in questo senso credo che un progetto rappresentativo della mia pratica sia “Vogliamo Tutto” una mostra che ho curato in OGR e che guardava alla transizione imperfetta tra modelli produttivi diversi, concentrandosi sull’evoluzione del mondo del lavoro.

Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?

Un Padiglione Italia che in anni recenti ricordo con piacere è quello curato da Cecilia Alemani (2017), una selezione di artisti e lavori molto forte, un tema, ripreso da De Martino, il cui recupero internazionale su larga scala sarebbe esploso in anni successivi. Era anche il primo padiglione dopo molti anni a proporre una selezione di pochi artisti. Recentemente ho guardato con molto interesse al lavoro di ricerca del Padiglione Sami (2022), che andava oltre alla semplice mostra per creare un progetto complesso e che usava Venezia come piattaforma di visibilità internazionale per anni di ricerca portati avanti da un gruppo di lavoro.

Cosa significa per te rappresentare l’Italia in campo artistico? E in generale quali sono i valori e le caratteristiche che rappresentano l’Italia contemporanea? 

Rappresentare uno Stato è una sfida, specie una nazione come l’Italia con così tante specificità, varietà di paesaggio, centri di produzione culturale molto diversi. Quello che possiamo fare come curatori, per non cadere nella vuota retorica nazionalista, è portare un punto di vista che possa essere foriero di discussione, che inserisca delle pratiche che riteniamo meritevoli all’interno di un dibattito internazionale più ampio e che dimostri la vitalità della scena italiana.

Essere il curatore di un padiglione nazionale è un impegno che prevede molte qualità: capacità organizzative, di fundraising, di saper rispondere alle critiche e alle pressioni esterne. Quali sono i tuoi punti forti? 

Temo che questa sia la sfida del lavorare come curatore oggi in ogni contesto. Mi piacerebbe potermi dedicare solo alle questioni di spirito ma buona parte del mio lavoro quotidiano ha a che fare con budget e logistica, oltre a cercare di difendere il valore delle mie scelte con stakeholder che non necessariamente arrivano dal mondo dell’arte. Credo un mio punto di forza possa essere il fatto di lavorare da molto tempo in uno spazio che è morfologicamente molto simile all’Arsenale.

A proposito di fundraising la Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC nel 2024 ha finanziato il PI con 800 mila euro, il resto è stato sostenuto da privati. Conosci già le cifre del Ministero per prossimo Padiglione Italia? Per la presentazione del progetto viene richiesto di avere già l’endorsement di potenziali sponsor, come sta andando? Raccontaci...

Credo che la cifra fosse pubblicata sul bando e sia quindi di pubblico dominio. Lavoriamo per farci trovare pronti in caso la scelta dovesse ricadere sul nostro progetto… per la lista dei supporters vi invito ad aspettare l’eventuale conferenza stampa!

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