Recovery

Pnrr, su occupazione e Pil spinta doppia alle regioni del Sud

Nei calcoli Ifel impatto del 3,26% sul prodotto pro capite e del 2,88% sull’occupazione al Mezzogiorno contro il +1,5% e +1,22% del Nord

di Manuela Perrone e Gianni Trovati

 RafMaster - stock.adobe.com

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Arrivato sul rettilineo finale dell’attuazione, il Piano nazionale di ripresa e resilienza sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico. Lo denuncia la crescita stentata del Paese, tanto più nelle difficoltà continue di una congiuntura internazionale che non dà tregua, e lo confermano le stime aggiornate dall’Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Anci, per Il Sole 24 Ore. Calcoli che mostrano però anche una conferma, questa volta positiva, di una delle speranze iniziali: la spinta degli investimenti realizzati con i fondi del Next Generation Eu è stata decisamente più intensa a Sud, dove ha generato un aumento di Pil pro capite e di occupazione doppio rispetto al Nord nel confronto con uno scenario in assenza di Piano.

Il modello alla base dell’analisi

L’analisi dell’Ifel è fondata su un modello Var (vettoriale autoregressivo), che tiene in considerazione Pil reale e investimenti fissi lordi reali, entrambi in termine pro capite, l’evoluzione demografica e il ruolo del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) comprensivo del cofinanziamento nazionale.

Loading...

Le costruzioni trainano la crescita

Nella dinamica cumulata tra 2021 e 2026, l’Istituto attribuisce al Pnrr una crescita aggiuntiva pro capite di 2,2 punti percentuali, un valore che però è figlio di una media tra il +1,5% registrato nel Centro-Nord e il +3,26% attribuito al Mezzogiorno. Questa distanza è spiegata soprattutto dagli investimenti nelle infrastrutture. La voce “costruzioni” è, infatti, quella che determina l’impatto maggiore, con un aumento del Pil settoriale del 3,15% a livello nazionale e addirittura del 4,51% al Sud, che si confronta con un più modesto 2,24% nelle aree centro-settentrionali. Negli altri ambiti i contributi alla crescita sono più modesti, oscillando tra il +1,1% dell’agricoltura e il +1,76% dell’industria in senso stretto, e sono più ridotte anche le differenze territoriali.

Lavoro, al Sud aumento del 2,88%

Il protagonismo infrastrutturale si ripete anche nell’analisi sulle dinamiche occupazionali. Pure in questo caso le costruzioni (+2,11% di occupazione totale rispetto allo scenario senza Pnrr) imprimono l’accelerata più decisa e registrano il divario maggiore tra il Mezzogiorno (+2,88%) e il Centro-Nord (+1,60%). Il risultato, aiutato anche da una forbice simile nell’industria, è un aumento complessivo di occupati del 2,18% a Sud e solo dell’1,22% nel Centro-Nord.

Contano clausola 40% e bacino di forza lavoro

Questa geografia degli impatti nasce dall’incrocio di molteplici fattori. Gioca prima di tutto la clausola Sud, che nel regolamento del Piano italiano ha imposto di destinare al Mezzogiorno almeno il 40% (contro una popolazione intorno al 33% del totale) delle risorse assegnate a ogni investimento e che appare essere stata rispettata a consuntivo. Ma a intensificare l’effetto di questo fiume di risorse è stata anche una maggiore reattività del bacino occupazionale meridionale, perché quando i tassi di inattività sono maggiori l’effetto di investimenti aggiuntivi è inevitabilmente più immediato.

La reattività del Mezzogiorno

I dati forniti dall’Ifel aiutano anche a circostanziare una caratteristica dell’evoluzione macroeconomica diventata abituale negli anni del Pnrr, che per la prima volta da molto tempo hanno visto il prodotto interno lordo del Mezzogiorno crescere a ritmi un po’ più sostenuti rispetto al Centro-Nord colpito anche dalla crisi di Francia e Germania. Arriva da lì anche un aiuto decisivo ai record nell’occupazione al Sud, vantati a più riprese dal Governo, a cominciare dalla premier Giorgia Meloni, senza trascurare però il fatto che tutta l’area rimane ancora molto lontana dai livelli medi europei.

A marzo da spendere ancora 53,4 miliardi

Ma fin qui il bilancio rimane potenziale. Perché per realizzarlo bisogna ultimare in tempo il programma del Piano. E sul punto le incognite restano rilevanti. Solo la scorsa settimana Meloni, rispondendo al Premier Time in Senato, ha indicato in 117 miliardi la spesa effettiva dei fondi comunitari Ngeu registrata al 31 marzo: aggiungendo i 24 miliardi blindati nelle facilities, gli strumenti finanziari inventati per permettere ad alcune misure di scavallare la scadenza del 30 giugno, si arriva a quota 141 miliardi, cioè 53,4 miliardi sotto la dotazione complessiva del Pnrr. È vero che la verifica del Piano si fonda sul raggiungimento di milestone e target e non sull’esaurimento delle risorse finanziarie, ma a pochi mesi dal traguardo la quota ancora inutilizzata appare decisamente troppo ampia per essere spiegata solo con eventuali risparmi rispetto alle previsioni iniziali.

Il Governo lavora all’ultima rimodulazione

Il fatto che il lavoro sia tutt’altro che finito è confermato anche dall’ennesima rimodulazione che il Governo sta negoziando con Bruxelles in vista di una presentazione ufficiale attesa entro la fine del mese. Dipenderà da questa ultima riscrittura la sorte di una parte non marginale dei 159 obiettivi rimasti da centrare per ottenere i 28,4 miliardi della decima rata.

 

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti