Analisi

Povero Milan se il nuovo che avanza è Ibrahimovic

Non solo i rossoneri non vanno in Champions, ma si ritrovano dalla sera alla mattina con tutto il gruppo dirigente azzerato

di Dario Ceccarelli

Photo by Spada/LaPresse

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Ma che cos’ha fatto di male questo povero Diavolo per finire in questo inferno senza ritorno? Qual è il suo imperdonabile peccato originale?

Perché non solo il Milan non va in Champions dopo questo ennesimo collasso di fine campionato, ma si ritrova dalla sera alla mattina con tutto il suo gruppo dirigente azzerato. Dall’allenatore Allegri, all’amministratore delegato Furlani; dal direttore sportivo Tare al direttore tecnico Moncada. Via tutti, con effetto immediato, tranne uno, l’intoccabile Senior Advisor Zatlan Ibrahimovic, praticamente in tournée tutta la stagione, ma subito presente appena Gerry Cardinale, il gran burattinaio del fondo americano Redbird, si è palesato a Milano per frenare il rovinoso tracollo della squadra.

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Intendiamoci: quando nel comunicato di Redbird si parla di “fallimento inequivocabile” e della necessità di una profonda riorganizzazione della società si dice una verità sacrosanta per tutti i motivi che sappiamo e che qui è inutile ricordare. Anche Allegri ne esce male. Basti pensare che nelle ultime quattro partite a San Siro, in piena corsa Champions, i rossoneri hanno fatto solo un punto. Un crollo incredibile, forse più spiegabile da un bravo psichiatra che da chi si intende di calcio.

Però c’è un però: il primo responsabile di questa sprofondo rossonero, società con 19 scudetti, 7 Champions e 5 Supercoppe e tanto altro, è di chi dirige l’azienda. Non è elegante, ma il pesce puzza dalla testa. È da anni che Cardinale e Red Bird non vanno in buca. La lista degli errori fa paura: allenatori improbabili come Fonseca o Conceicao, attaccanti mezzi rotti dai curriculum sospetti, cessioni di pezzi pregiati come se piovesse (Tonali, Calhanoglu, De Ketelaere, Teo Hernandez, Reijnders, Kalulu), il licenziamento di una importante figura come Paolo Maldini, la progressiva decomposizione, in nome di astrusi algoritmi, di un gruppo, guidato da Pioli, che era riuscito a strappare lo scudetto all’Inter nel 2022 arrivando poi secondo nel 2023.

Ebbene, quando si parla di “fallimento”, che poi è quello del fallimento di un presuntuoso progetto che non ha mai tenuto conto della gloriosa storia del Milan, forse sarebbe il caso, prima di degradare gli ufficiali, che sia lo stesso comandante a chiedersi dove ha sbagliato e perché continua con arroganza a perseverare nell’errore. Se un premier caccia tutti i suoi ministri, deve dare le dimissioni. Nel calcio, soprattutto se non arriva un nuovo acquirente miliardario, non funziona così. Ma un po’ di sano buon senso, compresa la capacità di ascoltare chi ne sa più di te, non guasterebbe.

Forse potrebbe chiedere qualche consiglio a Giuseppe Marotta, che all’Inter ha soprattutto saputo ricostruire un sano orgoglio di appartenenza, lavorando su un gruppo molto coeso di giocatori carismatici sia italiani che stranieri. E affidandosi a un allenatore molto legato al club come Cristian Chivu.

Cardinale invece va avanti a slogan, parla di rivoluzione e rinnovamento, di altri tecnici stranieri, non avessero già fatto danni quelli che conosciamo. Certo che se il nuovo che avanza è Ibrahimovic, il cui primo interesse questa estate sarà quello di fare il commentatore televisivo ai Mondiali in America per Fox, siamo a posto. Un one man show, senza esperienza specifica, alla guida del Milan, la squadra degli Invincibili con 70mila tifosi sempre presenti a San Siro. Fedeli nei secoli? Anche il limite ha una pazienza, diceva Totò.

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