Tendenze

Presa di posizione caso per caso: addio al marketing in taglia unica

L’European Communication Monitor evidenzia il superamento del modello «one size fits all»: i brand adottano strategie adattive e differenziate in base ai diversi pubblici e in contesti specifici

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

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La partita è in corso ma l’esito è incerto. Per alcuni sembra addirittura truccata. Da una parte la vita digitale alimentata da dispositivi connessi e algoritmi performanti. Dall’altra la vita reale nelle strade cittadine che un tempo favorivano il gioco e che oggi sono percorsi alternativi di viabilità per le auto a causa delle app di navigazione, diventando più pericolose per bambini e famiglie. Lo certificano i numeri: in America il 15% dei bambini tra i 5 e gli 11 anni e meno del 5% degli adolescenti pratica attività fisica all’aperto.

Da qui la petizione di True Hockey, marchio tech di attrezzatura per hockey su ghiaccio. La campagna vuole ripensare la tecnologia a favore delle comunità locali perché nasce dalla constatazione che le strade dei quartieri, un tempo spazio per il gioco dei più piccoli, ora sono scorciatoie dal traffico urbano per gli algoritmi delle piattaforme di navigazione. “Game On Ball” – questo è il nome della campagna, in italiano “partita in corso” – mette al centro una pallina da street hockey concepita per dialogare con le app segnalando la presenza di attività ludiche e invitando a reindirizzare il traffico verso arterie principali. La testimonial è la campionessa olimpica Natalie Spooner, riferimento nell’hockey canadese.

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 Adattarsi senza snaturarsi

Ripensare l’impegno per nicchie sempre più complesse da motivare e coinvolgere. Così la marca abbandona l’ambizione di essere mass market, abbracciando pubblici specifici. D’altronde le aziende più accorte riuniscono tribù, ricorda da anni il guru del marketing contemporaneo Seth Godin. Si rompe il modello “one size fits all”, ossia quello della taglia unica: il brand diventa situazionale, puntando su strategie segmentate. Una comunicazione che supera il modello dominante e diventa adattiva.

È quanto emerge dalla nuova fotografia scattata dall’European Communication Monitor, ricerca promossa da un network che coinvolge più enti accademici e in Italia l’Università Iulm, presentata in anteprima su Il Sole 24 Ore. Si tratta della più ampia ricerca continentale sulla comunicazione strategica attiva da vent’anni: i dati si basano su survey distribuite a 300 grandi aziende pubbliche e private in 13 Paesi. Anche i valori diventano situazionali, considerando che il 63% degli stakeholder sceglie o boicotta un brand in base alle sue posizioni sui temi sociali. Il rapporto sottolinea una trasformazione strutturale: le organizzazioni non parlano più a un pubblico omogeneo ma a una costellazione di micromondi – generazionali, culturali, valoriali – che convivono dentro e fuori le mura aziendali. Ecco perché non esiste più un mondo unico da evangelizzare, ma un mosaico di complessità da decodificare.

«Il vero salto non riguarda l’adattare tono o canale a pubblici diversi, ma il fatto che la funzione comunicazione diventi strategica e centrale, fautrice di una negoziazione continua di significati. Il chief communication officer si trasforma in leader trasformazionale che esercita la sua influenza oltre la comunicazione. Alla base emergono quattro principi: coerenza narrativa modulare, allineamento interno con i dipendenti, intelligenza sociale continua e superamento degli stereotipi generazionali oltre le etichette», afferma Stefania Romenti, professoressa ordinaria di strategic communication all’Università Iulm e riferimento italiano della ricerca.

 Il nodo della coerenza

Ma adattare significa anche segmentare con coerenza. «Il concetto di “balancing act” è centrale: significa gestire aspettative anche contraddittorie tra stakeholder senza compromettere credibilità e identità. La ricerca sottolinea che il bilanciamento è una competenza da praticare. Vengono individuate tre leve. La prima è distinguere il nucleo valoriale. I valori restano stabili ma cambia il come. La seconda è la performatività come antidoto alla perdita di credibilità. La terza è la situational fluency: significa rinunciare al controllo rigido del messaggio e progettare narrazioni modulari ancorate ai valori ma capaci di variazione contestuale», precisa Romenti.

Ma se anche i valori diventano adattivi, il rischio di value fatigue, ossia la saturazione e quindi il rigetto valoriale, è dietro l’angolo e nasce dalla distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica. Quando quella distanza è percepita – per la ricerca la generazione Z la coglie subito, il 44% lascia il lavoro per mancanza di purpose – si genera non solo scetticismo ma saturazione per l’intera organizzazione. «Bisogna privilegiare la comunicazione di risultati concreti rispetto alle dichiarazioni di principio, ossia meno manifesti e più fatti osservabili. Si deve rinunciare alla pretesa di presidiare tutte le posizioni su tutti i temi, scegliendo poche priorità valoriali con coerenza assoluta, evitando la dispersione che genera fatica. Selezionare su cosa prendere posizione è già una scelta strategica», ricorda Romenti.

Leadership situazionale

Così comunicatori e marketer non gestiscono più messaggi ma tensioni costanti: devono bilanciare aspettative anche contraddittorie tra stakeholder diversi con un continuo esercizio di mediazione. Anche i valori cambiano natura. Restano stabili nel loro nucleo, ma diventano strumenti dinamici da reinterpretare e attivare in contesti differenti. L’organizzazione si configura così come un mosaico di aziende: identità plurali, pubblici molteplici, aspettative divergenti. Anche perché oggi un brand parla contemporaneamente a cinque generazioni al lavoro dentro l’azienda. Per i comunicatori tutto ciò implica una leadership situazionale capace di adattarsi senza frammentarsi.

«La ricerca non descrive un comunicatore più tecnico ma più umano e più strategico. In futuro le competenze saranno legate alla capacità di leggere contesti, costruire fiducia, allenare persone e navigare complessità con coerenza valoriale», conclude Romenti. Cogliere i segnali deboli nel tempo segnato dalle emergenze forti. Lo ricorda anche Ronald Heifetz, uno dei principali studiosi contemporanei di management e professore alla Harvard Kennedy School. «La leadership è adattiva e si esprime nella capacità di mobilitare le persone per affrontare sfide complesse».

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