Prima che la corsa abbia inizio. John Roemer e le “circostanze” della vita
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Pronunciamo la parola “merito” con grande naturalezza, come se avesse il potere di separare ciò che ciascuno deve a sé stesso da tutto ciò che, invece, deve agli altri, alla famiglia, al quartiere, alla scuola, alla salute, alla lingua imparata in casa, alla fiducia ricevuta prima ancora di sapere di averne bisogno. Il merito promette una forma di giustizia che appare sobria, sportiva. Non importa da dove vieni, importa quanto veloce e quanto a lungo sei disposto a correre. Non importa chi sei, importa ciò che fai. Non importa ciò che hai ricevuto, importa come usi le tue capacità.
È un’idea potente, perché contiene una parte di verità. Nessuna società decente può rinunciare all’idea che le persone siano protagoniste e responsabili della propria vita. Nessuna giustizia può trattare gli individui soltanto come prodotti passivi delle circostanze. Della lotteria dei geni e di quella della nascita. E tuttavia la promessa meritocratica cammina su un crinale sottile e sdrucciolevole. La scivolata nell’ideologia è sempre dietro l’angolo. Quando per esempio ci dimentichiamo di considerare il momento che precede la corsa. Prima che lo sforzo cominci un mondo ha già determinato le sue conseguenze. Prima della scelta individuale c’è già una distribuzione di possibilità, aspettative, paure, incoraggiamenti e reti di protezione. Prima del merito, quindi, c’è la vita che ha insegnato ad alcuni a immaginare il futuro come una possibilità, e ad altri a trattarlo fin dall’inizio come un lusso inarrivabile.
John Roemer, economista e filosofo politico dell’Università di Yale, ha dedicato una parte essenziale del suo lavoro all’analisi di questa “zona grigia” della giustizia. Nel suo Equality of Opportunity (Harvard University Press, 1998) cerca di fare ciò che spesso il discorso pubblico evita. Prendere sul serio, nello stesso tempo, uguaglianza e responsabilità. Non gli basta dire che il merito è, in fondo, una finzione. Ma non accetta neppure che la responsabilità individuale diventi la parola con cui una società assolve sé stessa. Il suo problema è più difficile e la sfida è complessa. Come possiamo distinguere le disuguaglianze che derivano da circostanze di cui gli individui non possono essere ritenuti responsabili da quelle che derivano, invece, dalle scelte e dall’impegno impegno personale?
Roemer parte da una formula nota, quella secondo cui l’uguaglianza delle opportunità richiede innanzitutto di “level the playing field”, livellare il campo di gioco. Si tratta di ridurre, cioè, vantaggi o svantaggi strutturali che rendono la competizione ingiusta in partenza. Questa immagine, però – ci dice Roemer - se la prendiamo veramente sul serio, appare molto più esigente di quanto non sembri a prima vista. Non basta, infatti, eliminare le discriminazioni formali. Non basta dire che, una volta aperta la competizione, ciascuno deve essere giudicato solo per le proprie prestazioni. Il problema è dove collochiamo la linea di partenza. Roemer scrive che nell’idea di uguaglianza delle opportunità c’è un “before” e un “after”: prima della competizione le opportunità devono essere equalizzate, dopo il suo inizio gli individui sono da soli. La controversia politica, allora, non riguarda soltanto quanto premiare chi arriva avanti. Riguarda soprattutto la decisione rispetto a dove la gara comincia.
È qui che l’idea della meritocrazia rivela la sua ambiguità. Essa può essere una critica dei privilegi ereditari, quando rifiuta che nascita, ceto, sesso o appartenenza decidano il destino di una persona. Ma può diventare una loro giustificazione più sottile, quando valuta come risultato personale ciò che è stato preparato da un’intera ecologia sociale. Il figlio di una famiglia istruita che cresce tra libri, conversazioni, viaggi e stimoli sociali, e il ragazzo che, invece, cresce in una casa dove il futuro rappresenta una preoccupazione più che una prospettiva, possono trovarsi formalmente davanti allo stesso esame o allo stesso concorso, ma non arrivano lì nello stesso modo. La prova che devono affrontare è uguale, ma la strada che hanno dovuto percorrere per arrivare fin lì è completamente diversa.








