Mind the Economy/Justice 153

Prima che la corsa abbia inizio. John Roemer e le “circostanze” della vita

di Vittorio Pelligra

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Pronunciamo la parola “merito” con grande naturalezza, come se avesse il potere di separare ciò che ciascuno deve a sé stesso da tutto ciò che, invece, deve agli altri, alla famiglia, al quartiere, alla scuola, alla salute, alla lingua imparata in casa, alla fiducia ricevuta prima ancora di sapere di averne bisogno. Il merito promette una forma di giustizia che appare sobria, sportiva. Non importa da dove vieni, importa quanto veloce e quanto a lungo sei disposto a correre. Non importa chi sei, importa ciò che fai. Non importa ciò che hai ricevuto, importa come usi le tue capacità.

È un’idea potente, perché contiene una parte di verità. Nessuna società decente può rinunciare all’idea che le persone siano protagoniste e responsabili della propria vita. Nessuna giustizia può trattare gli individui soltanto come prodotti passivi delle circostanze. Della lotteria dei geni e di quella della nascita. E tuttavia la promessa meritocratica cammina su un crinale sottile e sdrucciolevole. La scivolata nell’ideologia è sempre dietro l’angolo. Quando per esempio ci dimentichiamo di considerare il momento che precede la corsa. Prima che lo sforzo cominci un mondo ha già determinato le sue conseguenze. Prima della scelta individuale c’è già una distribuzione di possibilità, aspettative, paure, incoraggiamenti e reti di protezione. Prima del merito, quindi, c’è la vita che ha insegnato ad alcuni a immaginare il futuro come una possibilità, e ad altri a trattarlo fin dall’inizio come un lusso inarrivabile.

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John Roemer, economista e filosofo politico dell’Università di Yale, ha dedicato una parte essenziale del suo lavoro all’analisi di questa “zona grigia” della giustizia. Nel suo Equality of Opportunity (Harvard University Press, 1998) cerca di fare ciò che spesso il discorso pubblico evita. Prendere sul serio, nello stesso tempo, uguaglianza e responsabilità. Non gli basta dire che il merito è, in fondo, una finzione. Ma non accetta neppure che la responsabilità individuale diventi la parola con cui una società assolve sé stessa. Il suo problema è più difficile e la sfida è complessa. Come possiamo distinguere le disuguaglianze che derivano da circostanze di cui gli individui non possono essere ritenuti responsabili da quelle che derivano, invece, dalle scelte e dall’impegno impegno personale?

Roemer parte da una formula nota, quella secondo cui l’uguaglianza delle opportunità richiede innanzitutto di “level the playing field”, livellare il campo di gioco. Si tratta di ridurre, cioè, vantaggi o svantaggi strutturali che rendono la competizione ingiusta in partenza. Questa immagine, però – ci dice Roemer - se la prendiamo veramente sul serio, appare molto più esigente di quanto non sembri a prima vista. Non basta, infatti, eliminare le discriminazioni formali. Non basta dire che, una volta aperta la competizione, ciascuno deve essere giudicato solo per le proprie prestazioni. Il problema è dove collochiamo la linea di partenza. Roemer scrive che nell’idea di uguaglianza delle opportunità c’è un “before” e un “after”: prima della competizione le opportunità devono essere equalizzate, dopo il suo inizio gli individui sono da soli. La controversia politica, allora, non riguarda soltanto quanto premiare chi arriva avanti. Riguarda soprattutto la decisione rispetto a dove la gara comincia.

È qui che l’idea della meritocrazia rivela la sua ambiguità. Essa può essere una critica dei privilegi ereditari, quando rifiuta che nascita, ceto, sesso o appartenenza decidano il destino di una persona. Ma può diventare una loro giustificazione più sottile, quando valuta come risultato personale ciò che è stato preparato da un’intera ecologia sociale. Il figlio di una famiglia istruita che cresce tra libri, conversazioni, viaggi e stimoli sociali, e il ragazzo che, invece, cresce in una casa dove il futuro rappresenta una preoccupazione più che una prospettiva, possono trovarsi formalmente davanti allo stesso esame o allo stesso concorso, ma non arrivano lì nello stesso modo. La prova che devono affrontare è uguale, ma la strada che hanno dovuto percorrere per arrivare fin lì è completamente diversa.

Prima della linea di partenza

Per sottolineare questa differenza, Roemer introduce tre diversi concetti: le “circostanze”, i “tipi”, l’“impegno”. Le “circostanze” sono i fattori che influenzano la possibilità di ottenere un certo vantaggio ma di cui non possiamo considerare responsabile l’individuo. Rientrano in questa categoria il luogo e la famiglia di nascita, l’ambiente sociale, le condizioni economiche, il capitale culturale, lo stato di salute, il genere, l’etnia e la qualità delle scuole frequentate. I “tipi”, invece, sono gruppi di persone che condividono circostanze simili. Con l’idea di “impegno” (effort) si indica tutto ciò che resta come spazio di responsabilità individuale una volta tenuto conto delle circostanze e dei tipi. Qui la mossa di Roemer è insieme intuitiva e radicale. Non possiamo confrontare l’impegno individuale come se fosse una grandezza pura, misurabile allo stesso modo per tutti. La stessa quantità apparente di impegno può avere costi diversi, significati diversi e generare probabilità di successo anche molto diverse. Studiare due ore in una casa silenziosa, con genitori laureati, una stanza propria e l’idea implicita che l’università sia il percorso naturale, non è la stessa cosa che studiare due ore in una casa affollata, con genitori che fanno lavori precari o usuranti, pochi stimoli e nessuno capace di interagire efficacemente con l’istituzione scolastica. La questione non è che l’impegno del primo sia falso o quello del secondo eroico, per definizione. La questione è che vogliamo parlare di giustizia allora dobbiamo decidere quale peso attribuire alle differenti “circostanze” nella promozione dell’impegno dei due studenti.

Per questo dobbiamo distingue tra “grado” (degrees)e “livello” (levels) di impegno(1998, p. 12). Il livello assoluto d’impegno può essere lo stesso mentre il suo grado, valutato rispetto alle possibilità realistiche derivanti dall’appartenere ad un certo “tipo” sociale, può essere, invece, molto diverso. La proposta del filosofo di Yale è quella di valutare gli individui non semplicemente in un confronto “tutti contro tutti”, ma rispetto alla distribuzione dello sforzo all’interno del proprio “tipo” e gruppo di “circostanze”. Chi si colloca molto in alto nella distribuzione dell’impegno di un gruppo svantaggiato può avere esercitato un grado di sforzo maggiore di chi, in un gruppo privilegiato, ottiene risultati superiori ma con un grado di sforzo relativamente basso.

È una tesi fastidiosa per il senso comune cui fa appello la retorica meritocratica, perché toglie innocenza alla classifica. Ciò che appare come prestazione individuale è anche il punto di condensazione di una storia sociale. Non basta guardare il voto, il reddito, il titolo di studio o il curriculum. Bisogna chiedersi quale distanza sia stata percorsa, da quale punto si è partiti, con quali risorse a disposizione e quali ostacoli si sono dovuti superare. Il principio del merito non scompare, nel quadro teorico di Roemer, ma cambia statuto. Non sta più a designare il puro valore individuale, ma diventa una grandezza relazionale, dipendente dalle condizioni in cui si è formato. 

La responsabilità dopo la fortuna

In questo Roemer si colloca dentro una tradizione più ampia della filosofia politica egualitaria. Rawls aveva già scritto che “Nessuno merita né le sue maggiori capacità naturali né una migliore posizione di partenza nella società. Ma, naturalmente, questa non è una ragione per ignorare e ancora meno per eliminare queste distinzioni” (Una teoria della giustizia, 1971). Richard Dworkin, da parte sua, ha cercato di distinguere tra ciò che dipende dalle ambizioni delle persone e ciò che dipende dalle loro dotazioni, fino a sostenere che “La teoria del ‘nastro di partenza’, secondo cui (…) si dovrebbe iniziare con risorse uguali, per poi diventare prosperi o restare poveri attraverso i propri sforzi, è una combinazione indifendibile di teorie della giustizia molto diverse tra loro. Qualcosa di simile a quella combinazione ha senso nei giochi, come il Monopoli, il cui scopo è consentire alla fortuna e all’abilità di svolgere un ruolo altamente circoscritto e, in ultima analisi, arbitrario; ma non può reggere affatto nell’ambito di una teoria politica” (Sovereign Virtue, 2000). Cohen aveva poi riassunto l’impulso egualitario nell’esigenza di “eliminare ogni tipo di svantaggio involontario” (On the Currency of Egalitarian Justice, 1989). Roemer si colloca in questo importante dibattito, ma gli dà una forma più analitica, concentrandosi in particolare sul fatto che se vogliamo parlare seriamente di opportunità, dobbiamo decidere quali circostanze consideriamo moralmente arbitrarie e come neutralizzarne gli effetti distorsivi.

Qui emerge la sua originalità. Roemer, infatti, non si limita a denunciare il privilegio ma si propone di costruire un criterio operativo. L’uguaglianza delle opportunità, per lui, non richiede necessariamente uguali risultati. Richiede che persone collocate nello stesso percentile di impegno, ma appartenenti a tipi sociali diversi, abbiano accesso a risultati comparabili. Detto altrimenti, se due individui si impegnano nello stesso grado, ciascuno rispetto al proprio mondo di partenza, le loro prospettive non dovrebbero divergere a causa di circostanze che non hanno scelto e per le quali non possono essere considerati responsabili.  

La scuola come banco di prova della giustizia

Questa idea parla in modo diretto alla società italiana. Non perché il nostro Paese sia a corto di talenti, ma perché troppo spesso li riconosce tardi, li seleziona male e poi chiama “merito” ciò che è già stato filtrato dalle disuguaglianze di partenza. Un bambino nato in una famiglia ad alto capitale culturale incontra la scuola come una prosecuzione del mondo domestico. Ne riconosce il lessico, le aspettative e i codici impliciti. Un bambino nato in un contesto fragile incontra spesso la scuola come un’istituzione aliena. Può amarla, può riuscire, può perfino eccellere, ma deve prima tradurre il proprio mondo in una lingua che non sempre è stata pensata per lui. Quando entrambi vengono valutati con lo stesso metro, siamo tentati di dire che si è fatta opera di giustizia e di imparzialità, dimenticando, come diceva don Lorenzo Milani che non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diseguali. Il caso della scuola italiana è paradigmatico. I divari territoriali, il diverso livello di infrastrutturazione, la qualità degli edifici, la disponibilità del tempo pieno, di biblioteche, servizi per l’infanzia, insegnanti di ruolo, assieme alle condizioni delle famiglie che incidono per esempio, nella diversa disponibilità di dispositivi digitali, spazi domestici più o meno adatti, attività extracurriculari, etc., producono opportunità che non diventano uguali solo perché l’esame finale è lo stesso. Il Sud, le aree interne, le periferie urbane, le famiglie povere di reddito e di istruzione non sono semplici varianti sociologiche. Sono “circostanze “nel senso roemeriano del termine, perché finiscono per influenzare la capacità di trasformare l’impegno in risultati. Se la politica ignora queste differenze, non sta premiando il merito scolastico. Sta certificando una selezione che è già avvenuta altrove. 

Dove finiscono le circostanze?

Naturalmente la posizione di Roemer espone a una difficoltà. Dove ci fermiamo? Quante circostanze dobbiamo considerare? Se anche l’ambizione, la perseveranza, la fiducia, la capacità di rimandare la gratificazione sono influenzate dall’ambiente, che cosa resta della responsabilità personale? Roemer non scioglie il nodo eliminando il ruolo della responsabilità individuale. Ma la responsabilità diventa credibile solo quando non viene caricata di ciò che non può sostenere. Se attribuiamo tutto all’individuo, trasformiamo la giustizia in colpa. Se attribuiamo tutto alla struttura, cancelliamo la libertà. L’uguaglianza delle opportunità vive in questo spazio intermedio, instabile ma necessario.

Il suo interesse per noi sta proprio qui. In un tempo in cui il discorso pubblico oscilla tra due semplificazioni opposte, da un lato il moralismo del “chi vuole ce la fa”, dall’altro la tentazione di vedere in ogni destino solo il prodotto di una struttura, Roemer offre una grammatica più esigente ed un ragionamento più complesso. Non assolve, né condanna in blocco. Chiede di guardare alla genesi sociale delle capacità, senza negare che gli individui agiscano per scelta e di tali scelte devono essere ritenuti responsabili. Chiede però di misurare lo sforzo senza fa finta che esso nasca nel vuoto. Chiede di difendere la responsabilità personale dalle sue caricature punitive.

Per questo la sua critica della meritocrazia è più radicale di molte invettive contro il merito. Non dice semplicemente che il merito non esiste. Dice che il merito esiste, ma raramente è solo nostro, il che è ancora più scomodo. È un impasto ricco fatto di eredità, incontri, istituzioni, riconoscimenti, protezioni, linguaggi appresi prima di sapere che sarebbero stati dei privilegi. La giustizia non deve umiliare chi riesce, né negare il valore dell’impegno. Deve però impedire che il successo si trasformi in una teoria della superiorità morale, e l’insuccesso in una diagnosi di colpa personale.

C’è una crudeltà sottile nell’idea che, una volta aperta formalmente la competizione, tutto ciò che segue sia giusto. È la crudeltà delle società che moltiplicano le classifiche e poi chiamano libertà la solitudine di chi vi entra perdente in partenza. Occorre non guardare tanto all’arrivo, ci dice Roemer, ma spostare più indietro lo sguardo là dove silenziosamente si formano le possibilità. Perché prima che la corsa abbia inizio, alcune vite hanno già ricevuto allenamento e incoraggiamento, mentre altri sono stati caricati di una zavorra che si porteranno appresso tutta la vita.

Vittorio Pelligra - Professor of Economics (13/A2) - C-BASS (Centre for Behavioral and Statistical Sciences) - Director. Department of Economics and Business - University of Cagliari

pelligra@unica.it

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