Processo, nuovi reati e carceri: ecco le sfide sul tavolo dei penalisti
La professione sarà oggetto di cambiamenti che incideranno sul lavoro quotidiano ma continuerà a svolgere il ruolo di tutela dei cittadini
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«Non dobbiamo avere il timore del cambiamento, perché inevitabilmente la professione del penalista sarà oggetto di modificazioni profonde. Ma, anche se lo scenario muta, dobbiamo continuare a svolgere il nostro ruolo di sentinella di libertà del cittadino». È questo il monito che arriva dal presidente dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, ragionando sulle sfide che la comunità dei penalisti dovrà affrontare nel prossimo futuro.
Ancora di più ora, dopo la vittoria del «no» al referendum costituzionale sulla giustizia dello scorso marzo su cui l’avvocatura penale aveva investito molto. «Resta aperto un problema fondamentale – commenta Petrelli – ossia che tipo di giustizia vuole questo Paese, perché il modello processuale attuale è in evidente sofferenza. Mi sembra che manchi una visione coerente e organizzata della giustizia. Si assiste a una sostanziale ambiguità, in cui si mescolano istanze garantiste con istanze chiaramente securitarie e motivazioni diverse tra di loro». Il rischio, secondo il presidente, è di approdare a una riforma della giustizia – che comunque resta necessaria – al ribasso sotto il profilo qualitativo, con il processo che ritiene sia già ora sbilanciato sulla fase delle indagini e con una svalutazione dell’accertamento dibattimentale. «Il mio timore – aggiunge – è che si pensi a un processo lontano dal diritto di difesa, perché il modello che sembra dominare anche nell’immaginario collettivo è quello di un processo che premia la rapidità, l’efficienza, la quantità delle sentenze. Si diffonde la visione delle cause come un prodotto da smaltire senza considerare la tutela della libertà dell’individuo».
Peraltro, se il referendum è stato bocciato, restano sul campo una serie di disegni di legge che per varie ragioni appaiono in stallo e la cui ripresa è considerata necessaria dai penalisti: «Penso – commenta Petrelli – alla legge sulla prescrizione, o a quella sui sequestri telematici, che riguarda un aspetto diventato ormai fondamentale della nostra vita come i dispositivi elettronici su cui bisognerebbe elevare le garanzie. Poi c’è tutto il tema delle intercettazioni – continua –: anche qui si tratta di difendere un principio fondamentale di tutela della riservatezza». Sono tutti temi importanti che ruotano intorno alle garanzie fondamentali dell’individuo.
Se si guarda invece al futuro dell’avvocatura, quello a cui si sta assistendo secondo Petrelli è una «mutazione antropologica: il modello del processo telematico introdotto dalla riforma Cartabia – commenta – modifica profondamente il modo di operare e la caduta dell’oralità fa sì che i tribunali non siano più luoghi di confronto. A questo si aggiunge la mancanza di una riforma strutturale del processo e dell’ordinamento, ossia dell’organizzazione stessa della magistratura, comprese le regole che ne determinano carriere e nomine. Tutto ciò ci mostra una crisi evidente».
Sono tanti i problemi evidenziati dal presidente dell’Unione delle Camere penali a cominciare dai decreti sicurezza, per continuare con la situazione delle carceri (64.412 detenuti presenti negli istituti penitenziari al 30 aprile scorso a fronte di 51.265 posti di capienza regolamentare), che rappresentano due aspetti, secondo Petrelli, dello stesso tema, vale a dire del modello di giustizia che si intende realizzare. «Elevare le pene – spiega – e introdurre nuovi reati sono operazioni di pura comunicazione che non sortiscono alcun effetto benefico. Anche l’idea che un carcere più duro e repressivo senza sconti sia un bene per i cittadini è un travisamento della realtà, perché sappiamo bene che è vero esattamente il contrario. Il carcere duro è la scelta più scellerata».

