Procreazione assistita, regioni in ordine sparso sui trattamenti con il Ssn
Da gennaio le coppie eterosessuali sposate o conviventi con una diagnosi di infertilità accedono ai trattamenti con un ticket tra i 100 e i 300 euro
di Silvia Pasqualotto
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Procreazione medicalmente assistita gratis in tutta Italia. Anzi no. Ventuno anni dopo l’entrata in vigore della legge 40, la procreazione medicalmente assistita è entrata nei livelli essenziali di assistenza (lea). Dal primo gennaio 2025, le coppie eterosessuali sposate o conviventi con una diagnosi di infertilità possono accedere ai trattamenti in regime di servizio sanitario nazionale, pagando un ticket tra i 100 e i 300 euro. Per l’omologa sono previste tariffe uniformi, mentre per l’eterologa i costi possono variare in base agli accordi regionali stipulati per l’acquisto dei gameti dall’estero.
Un passaggio atteso da anni, che promette di rendere più equo l’accesso alle tecniche di fertilità. Ma a fare la differenza saranno le scelte delle regioni, chiamate ora a rafforzare la rete pubblica o a stipulare convenzioni con i centri privati. L’obiettivo è ridurre la mobilità sanitaria, uno dei nodi più critici del sistema, come emerge dall’ultima relazione al Parlamento sulla pma.
I centri attivi in Italia sono 333, ma la distribuzione è disomogenea: il 52% è concentrato in sole quattro regioni. Lombardia, Lazio, Toscana, Campania ed Emilia-Romagna realizzano quasi il 70% dei cicli. Secondo i dati, nel 2022 oltre un terzo delle pazienti si è spostato fuori regione per ricevere cure, percentuale che sale a oltre il 38% per le tecniche con gameti donati. Un fenomeno che accresce le disparità tra chi può sostenere trasferte e chi invece resta escluso.
Per evitare che l’inclusione nei lea resti solo sulla carta, alcune regioni hanno iniziato ad attivarsi, cercando di ampliare la rete dei centri convenzionati, in particolare al Sud, dove l’offerta è spesso affidata al privato. La Puglia e la Sicilia, ad esempio, stanno valutando l’accreditamento di nuove strutture per riportare sul territorio una quota crescente di pazienti che oggi si spostano. Ma la necessità di accreditare i privati riguarda anche regioni dove i centri sono numerosi. È il caso del Veneto, dove su 19 strutture private solo una è convenzionata: un dato che segnala l’urgenza di adeguarsi a una domanda destinata a crescere. In questa direzione si è mosso anche il Lazio, che ha istituito una rete regionale dedicata alla pma e approvato nuovi criteri di accreditamento.
La pma, del resto, era già in costante crescita prima dell’ingresso nei lea. Dal 2005, il numero di trattamenti iniziati è aumentato del 118%, con un incremento medio annuo pari al 7%. Nel 2022 ne sono stati effettuati 109.755, in aumento rispetto ai 108.067 dell’anno precedente. I bambini nati vivi sono stati 16.718, a fronte di oltre 87.192 coppie trattate, pari al 4,3% del totale delle nascite in Italia. È in aumento anche l’età media delle pazienti, che nel 2022 ha raggiunto i 36,7 anni, superando quella europea (35 anni nel 2019), con oltre un terzo delle donne che supera i 40 anni.

