L’intervista

Prodi: «Siamo servi di fronte a Trump, indecisi di fronte ai cinesi»

L’ex premier: la Ue abbia capacità unitaria di intervento, serve un riformismo europeo. Indispensabile guardare a Pechino più che a Occidente

Emilia Patta

Piano inclinato

Nella foto: Romano Prodi; Fabio Tamburini

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«Ci comportiamo come servi di fronte a Donald Trump e non sappiamo come comportarci davanti ai cinesi. L’Europa dovrebbe avere capacità unitaria di intervento. Ci vorrebbe un riformismo europeo».

Al Festival dell’economia di Trento l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi, intervistato dal direttore del Sole 24 ore Fabio Tamburini, conferma il suo sguardo pessimista sullo scenario globale e sulla debolezza dell’Europa. Un pessimismo ben dipinto dalla citazione di Tucidide che sceglie, quasi che il mondo fosse tornato quello di oltre duemila anni fa: «Da parte di Israele e Usa c’è una capacità strategica straordinaria ma una incapacità politica che non ho mai capito. La vera frase di Tucidide da citare è “il mondo è fatto così, i potenti fanno quello che vogliono e i deboli soffrono quello che possono”. Trump l’ha messa in pratica».

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Un pessimismo che tuttavia negli ultimi giorni si è un poco affievolito sul fronte del Medio Oriente, confida Prodi, perché «da una parte Israele è stato di fatto messo ai margini e dall’altra sia gli Usa sia l’Iran hanno bisogno di chiudere in fretta il conflitto ed arrivare alla pace, o meglio alla tregua».

Resta il problema dell’Europa, vaso di coccio tra i vasi di ferro (Russia, ma soprattutto Usa e Cina), che stenta a superare le sue storiche divisioni e eliminare il meccanismo suicida del voto all’unanimità per poter svolgere il ruolo che le spetta sul palcoscenico internazionale. Il Professore ribadisce che allo stato delle cose, con il tycoon al comando oltreoceano, sia a maggior ragione indispensabile guardare ad Oriente più che ad Occidente: «Se non concludiamo qualcosa di forte con la Cina non riusciamo più ad esportare niente. Noi europei abbiamo ancora una capacità industriale straordinaria, un prodotto lordo che è quasi pari a quello americano se comprendiamo Svizzera, Norvegia e Gran Bretagna». Da ex presidente Ue, Prodi ha ricordato il tentativo di Angela Merkel, nel 2020, con lo Eu-China Comprehensive agreement on investment, un accordo sulle regole tra Cina ed Europa, ma poi gli Stati Uniti hanno «impedito tutto questo e c’è stato successivamente il litigio tra Cina e Parlamento europeo e non si è concluso niente». Ora, dopo sei anni, la Germania e l’Europa hanno cambiato pelle, con il forte riarmo tedesco che preoccupa perché «cambia la struttura europea»: «Ora che la Germania ha investito in un solo giorno, a governo non ancora insediato, mille miliardi nel suo esercito, la Francia deve capirlo: serve una Difesa Ue».

E se con il ritorno dei nazionalismi e dei protezionismi Francia e Germania, Paesi fondatori, «sono amici ma non più fratelli come in passato», diventa ancora più importante il ruolo, anch’esso storico, dell’Italia: «È la funzione italiana che manca, quella del collante», dice accusando il governo guidato da Giorgia Meloni di guardare solo alla durata dell’esecutivo («che cosa conta la durata, per la mera conta dei giorni o per fare qualcosa per il futuro?»).

Quello che manca, sottolinea Prodi, è il caro vecchio riformismo. «Nel Dopoguerra abbiamo avuto due generazioni in cui aumentava la giustizia sociale. Poi, dopo la Thatcher, è scoppiato il liberismo. I riformisti alla Blair hanno pensato di poterlo governare ma la disparità è aumentata. Se il riformismo non dà le regole sul mondo del futuro, e io non sono un anti-mercato, non possiamo che costruire società in cui chi ha uno stipendio non riesce a mantenere la famiglia. Il riformismo deve fare qualcosa per la giustizia sociale, c’è troppa disparità: ci sarebbe la resurrezione in un solo giorno perché ce n’è un bisogno enorme. Come ha fatto la Spagna, che ha tentato di armonizzare le cose. Ci vorrebbe un riformismo europeo, ma che fine ha fatto il riformismo, dove sono le riunioni tra riformisti europei?». Parla di riformismo europeo, Prodi, ma pensa a quel che manca nel centrosinistra nostrano, che sembra più forte solo perché è il governo ad essersi indebolito. «La maggioranza guidata da Meloni è in un momento di debolezza: l’idea di accompagnare una maggiore debolezza con le elezioni anticipate è una logica che io non vedo. In questo momento non c’è una reale spinta per anticipare le elezioni, perché il governo era assai più forte tre mesi fa di oggi. Non è più forte il campo largo, ancora prigioniero delle differenze tra alleati, è più debole il governo».

Il tempo sul palco del Teatro sociale di Trento sta per finire. È mai possibile che negli ultimi anni siano stati non i leader politici ma due papi, prima Francesco e ora Leone XIV, a dare voce all’esigenza di pace dei popoli? «Si può anche rispondere che sono due mestieri diversi...». Che consigli darebbe il Professore alla segretaria del Pd Elly Schlein? «Non do consigli, soprattutto se non sono richiesti», dice con amarezza il fondatore dell’Ulivo e prima tessera del Pd che da tempo ha spostato la “tenda” fuori dal recinto del partito. E un ritorno in politica in prima persona? Prodi lo esclude per questioni anagrafiche. «Anche se a Palazzo Chigi ci stavo molto bene», ammette strappando sorrisi e applausi.

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