Promesse revocabili, opere irreversibili
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Tra la prima e l’ultima campana di giovedì le sette società a maggiore capitalizzazione del pianeta hanno visto svanire 797 miliardi di dollari, una cifra superiore ai circa settecento che le medesime società destineranno nell’intero 2026 ai centri di calcolo, alle sottostazioni elettriche e ai magazzini di silicio in cui l’intelligenza artificiale dovrebbe prendere corpo e che compongono, a detta di chi li finanzia, il più vasto programma privato di costruzione mai tentato nella storia industriale. È bastato un pomeriggio di nervosismo per cancellarne l’equivalente. Nessun cantiere si è fermato, nessuna turbina si è spenta, nessun processore ha smesso di calcolare: è cambiata soltanto l’opinione che il mercato nutre intorno al futuro.
Chiedilo al Sole
Ciò che rende l’episodio istruttivo non è l’ampiezza della perdita, ma la sua causa. Alphabet ha annunciato ricavi in crescita e un portafoglio ordini che dieci anni fa nessun operatore del cloud avrebbe osato immaginare, e ha ceduto sei punti percentuali perché ha comunicato che investirà ancora di più; Tesla ne ha lasciati quattordici sul terreno dopo aver confermato venticinque miliardi di spesa in conto capitale destinati a robotaxi e automi. Nella medesima seduta salivano invece i fabbricanti di memorie, Micron e SK Hynix fra tutti, e un analista di Evercore riassumeva la logica con esattezza brutale: conviene possedere chi incassa i dollari dell’investimento, non chi li sborsa.
È la grammatica antica della corsa all’oro, dove ad arricchirsi non furono i cercatori ma i venditori di picconi, setacci e pantaloni di tela ruvida, e che il lettore di questo giornale conosce sotto il nome più sobrio di picks and shovels. Conviene però leggerla per ciò che dice e non per ciò che promette: preferire sistematicamente chi fornisce gli strumenti a chi li adopera significa credere nello scavo e dubitare del metallo, finanziare l’impresa scommettendo contro il suo esito. In una sola seduta il mercato ha dichiarato di ritenere certa la spesa e incerto il ritorno.
Qui il discorso smette di essere finanziario. La perdita di giovedì è infatti reversibile per natura: quei miliardi possono rientrare in tre settimane di rialzi, come già accadde dopo lo shock tariffario dell’aprile 2025, e nessuno se ne ricorderà. Non è reversibile, invece, ciò che quel capitale sta depositando sul territorio, la sottostazione in una valle dell’Ohio, il prelievo idrico dirottato verso i circuiti di raffreddamento, i gigawatt sottratti a usi che nessuno ha mai dichiarato meno urgenti, il contratto ventennale di fornitura elettrica che vincola un intero sistema regionale, il consumo di suolo che nessun ribasso di borsa restituirà a pascolo. Il rischio finanziario è diversificato, distribuito, assicurabile; quello fisico è concentrato, e ha un indirizzo.
Hannah Arendt osservava che l’agire umano soffre di due ferite, l’imprevedibilità del futuro e l’irreversibilità di ciò che è stato compiuto, e che la convivenza vi oppone due rimedi, la promessa, che getta isole di certezza nell’oceano dell’incerto, e il perdono, che scioglie l’autore dalle conseguenze del proprio atto. Il capitalismo dell’infrastruttura ha invertito la coppia con una precisione che ha del sinistro: produce promesse revocabili nel giro di un pomeriggio e opere che nessuno sarà in grado di perdonare, perché nessuno potrà disfarle.






