Ripensare l’impresa

Quando le aziende mettono le persone al centro solo a parole (e come cambiare)

Serve il coraggio di riaccoppiare ciò che il sistema ha separato: le parole e i fatti, le decisioni e le loro conseguenze

di Emiliano Pecis*

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C’è una frase che ricorre frequentemente nei comunicati stampa, nei documenti sui valori aziendali, nelle presentazioni ai nuovi assunti di quasi ogni grande organizzazione: “La nostra azienda mette le persone al centro”. La si trova ovunque, dalle pareti degli uffici alle interviste dei Ceo. La domanda sorge spontanea: al centro di cosa, esattamente?

Perché nella stessa azienda che mette le persone al centro, una donna con competenze equivalenti a quelle del collega uomo continua a ricevere uno stipendio inferiore, esattamente come prima del programma sulla parità di genere. Nella stessa azienda che promuove la flessibilità come valore fondante, un neogenitore si vede negare lo smart working perché la policy semplicemente non lo prevede. Nella stessa azienda che dichiara di premiare il merito, le promozioni seguono reti di lealtà e prossimità al potere, in un meccanismo che tutti conoscono e nessuno nomina. Nella stessa azienda che finanzia programmi sul benessere psicologico e parla di ambiente sicuro, i licenziamenti vengono condotti con tecniche legali progettate per destabilizzare emotivamente la persona e farle accettare condizioni sfavorevoli in uno stato di vulnerabilità.

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L’ipocrisia come architettura

Queste contraddizioni potrebbero sembrare incidenti isolati, difetti di esecuzione di organizzazioni sostanzialmente ben intenzionate. Il sociologo svedese Nils Brunsson, nel suo lavoro seminale “The Organization of Hypocrisy”, ha dimostrato che si tratta invece di un meccanismo strutturale, e soprattutto ci ha dato gli strumenti per capire perché.

Brunsson distingue tre output fondamentali di ogni organizzazione: il talk, le decisions e le actions. Il talk si rivolge al mercato della legittimità sociale: serve a rendere l’organizzazione accettabile agli occhi di dipendenti, opinione pubblica, investitori e regolatori. Le decisions, formalizzate in policy, comitati e programmi, funzionano nella pratica come prodotti a sé stanti: la decisione di lanciare un programma sulla parità di genere, di creare un innovation lab, di somministrare una survey di engagement soddisfa già di per sé il bisogno di legittimità, indipendentemente da ciò che accade dopo. Le actions, infine, rispondono alla pressione operativa quotidiana e seguono una logica propria che raramente coincide con le prime due.

L’ipocrisia organizzativa, nella lettura di Brunsson, è la risposta razionale a domande contraddittorie: il mercato chiede efficienza, i dipendenti senso, i regolatori conformità. Soddisfare tutte queste domande con le azioni è molto difficile; soddisfarle con le parole e con le decisioni è relativamente semplice. Il simbolo prevale perché costa meno e soprattutto esaurisce la coscienza morale di chi lo produce: dopo aver girato i video autopromozionali, ottenuto la certificazione e lanciato il programma, il management si sente a posto.

Il prezzo che pagano le persone

La conseguenza più paradossale è che questo meccanismo produce esattamente il contrario di ciò che promette. L’azienda dichiara di mettere le persone al centro per ottenere coinvolgimento e appartenenza, e invece genera cinismo, distacco, disimpegno progressivo. Chiunque abbia lavorato a lungo in una grande organizzazione conosce questa dinamica: a furia di ascoltare proclami smentiti dalla realtà quotidiana, le persone smettono semplicemente di crederci. Smettono di portare idee, di segnalare problemi, di investire energia in un luogo che percepiscono come incoerente. Il minimo indispensabile diventa la risposta razionale di chi ha capito che il proprio impegno non sarà ricambiato dalla stessa moneta. È una spirale che si autoalimenta: più l’organizzazione alza il volume della retorica, più le persone abbassano quello della partecipazione, perché ogni nuovo proclama suona come l’ennesima conferma della distanza tra il dire e il fare. Il dato Gallup che in Italia solo il 10% dei lavoratori si dichiara coinvolto nel proprio lavoro è anche il prodotto di decenni di ipocrisia organizzativa sistematica, il risultato cumulativo di promesse tradite che hanno insegnato l’indifferenza come forma di protezione.

La certificazione come alibi

Si potrebbe obiettare che il problema sia contenuto dai meccanismi di certificazione esterna. Eppure anche questo livello è stato catturato dallo stesso schema: la certificazione, nella triade di Brunsson, è una decision che produce legittimità senza richiedere un cambiamento nelle actions. Un’azienda può ottenere la certificazione UNI PDR 125 sulla parità di genere senza aver mai affrontato il divario retributivo reale, perché quella certificazione misura processi, non esiti. Lo stesso vale per i rating ESG, dove fondi miliardari si definiscono sostenibili grazie a valutazioni prodotte da agenzie il cui modello di business dipende dalle stesse aziende che valutano.

Ripensare il patto

Come se ne esce? Se l’architettura stessa delle organizzazioni produce ipocrisia per design, aggiustamenti cosmetici non bastano. Serve il coraggio di riaccoppiare ciò che il sistema ha separato: le parole e i fatti, le decisioni e le loro conseguenze. Significa praticare una trasparenza radicale sugli esiti reali delle policy, rendendo visibili a tutti i dati che oggi restano nascosti: divari retributivi, tassi di promozione per genere, risultati concreti delle survey. Significa rovesciare la logica delle certificazioni, misurando cosa è cambiato nella vita delle persone, non quali processi sono stati adottati. Significa introdurre l’accountability dal basso, in cui sono le persone a valutare la coerenza dell’organizzazione rispetto ai propri proclami, e in cui quella valutazione ha conseguenze reali.

La domanda vera è se le organizzazioni siano disposte a ripensare il patto che le lega alle proprie persone, accettando che non può più reggersi sulle parole. Finché scelgono il simbolo perché è gratuito e il silenzio perché è comodo, la distanza tra quello che dichiarano e quello che fanno resterà dove è sempre stata. E le persone continueranno a scoprire che essere messe al centro significa soprattutto questo: trovarsi nel punto in cui tutte le contraddizioni convergono, e dove il peso di reggerle ricade su chi ha meno potere per cambiarle.

*AI & Organizational Strategist

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