Quando un fatto diventa istituzione
Se le istituzioni sono costruite da noi, potremmo pensare che siano per questo fragili o arbitrarie. Ma è vero il contrario. Proprio perché il riconoscimento è collettivo, nessun individuo può modificarle da solo
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Prendiamo una banconota da venti euro. Pesa meno di un grammo, è fatta di fibre di cotone, porta stampati numeri, immagini e simboli. Nessuna di queste caratteristiche fisiche spiega però la sua natura simbolica, la cosa più importante che possiamo farci: per esempio entrare in un bar, appoggiarla sul bancone e ottenere in cambio un cappuccino, una brioche e del resto. Nessun altro foglio di carta di identico peso e dimensioni potrebbe produrre lo stesso risultato. La differenza non sta nella materia, ma nel significato che noi gli attribuiamo. Consideriamo ora una persona che entra in una stanza. Tutti si alzano in piedi. Quella persona parla e ciò che dice modifica radicalmente la vita di qualcun altro. Assolvere, condanna, autorizza. Siamo davanti a un giudice e nessun’altra persona, pronunciando esattamente le stesse parole, potrebbe produrre gli stessi effetti. Oppure pensiamo a una firma. Dal punto di vista fisico è soltanto una traccia d’inchiostro sulla carta. Ma in certe circostanze, però, quella traccia può trasferire la proprietà di una casa, impegnare milioni di euro, far nascere un’impresa o assumere un’obbligazione. Ogni giorno viviamo a contatto con persone, azioni ed oggetti che hanno una certa natura fisica ma che contemporaneamente sono qualcosa di più. Quel “qualcosa di più” è il problema dal quale prende le mosse il filosofo americano John Searle nel suo fondamentale The Construction of Social Reality (Free Press, 1995). Come può esistere una realtà immateriale che dipende interamente da ciò che noi pensiamo e che, tuttavia, è perfettamente reale e in grado di determinare su di noi conseguenze perfettamente tangibili?
Chiedilo al Sole
È una domanda particolarmente importante per la comprensione della realtà economica. In “What Is an Institution?”, pubblicato nel 2005 sul Journal of Institutional Economics, Searle ricorda che quando studiava a Oxford l’economia gli veniva insegnata quasi fosse una scienza naturale. L’uguaglianza tra risparmio e investimento veniva presentata, racconta, con lo stesso tono con cui in fisica si insegna che la forza è uguale alla massa per l’accelerazione. Eppure, tra le due cose c’è una differenza radicale. La gravità non ha bisogno che qualcuno creda nella gravità per esercitare i suoi effetti. Il denaro sì. Imprese, contratti, proprietà, tassi d’interesse, debiti, occupazione, titoli finanziari non esisterebbero senza credenze, regole e atteggiamenti umani. Perfino la definizione dell’economia come studio dell’allocazione di risorse scarse, osserva Searle, dà per scontata “a huge invisible institutional ontology”, un’enorme e invisibile ontologia istituzionale.
Due tipi di realtà
Iniziamo allora con il distinguere ciò che esisterebbe indipendentemente da noi da ciò che esiste soltanto in relazione a noi. Searle chiama i primi fatti brute facts, “fatti bruti”. L’Everest ha una certa massa, l’acqua è composta da idrogeno e ossigeno, la Terra si trova a una certa distanza dal Sole. Possiamo sbagliarci nel descriverli, ma l’esistenza dei “fatti bruti” non dipende dalle nostre descrizioni. Poi ci sono, invece, gli institutional facts, i “fatti istituzionali”. Il fatto che Mario possieda un appartamento, che Anna sia cittadina italiana, che quella persona sia amministratore delegato di una società, che questo pezzo di carta sia denaro. Nessuno di questi fatti potrebbe esistere senza esseri umani e senza qualche forma di accordo e di riconoscimento collettivo. Questo non significa, però, che essi rappresentino semplicemente delle opinioni. È qui che Searle introduce una distinzione sottile ma decisiva tra “oggettività epistemica” e “oggettività ontologica”. L’esistenza del denaro è ontologicamente dipendente dagli esseri umani. Se scomparissero tutti gli esseri umani, scomparirebbe anche il denaro. Ma è epistemicamente oggettivo che sul mio conto corrente ci siano mille euro e non diecimila. Non posso modificare quella realtà semplicemente decidendo unilateralmente di interpretarla diversamente. Possiamo dunque avere fatti che sono oggettivi benché riguardino una realtà che esiste soltanto perché noi la abbiamo costruita. Ed è precisamente questo apparente paradosso che rende interessante l’ontologia sociale di Searle. Che un fatto sia costruito non significa che sia immaginario, meno reale, meno “fatto”. Un confine tra stati è una costruzione sociale, ma attraversarlo può farmi arrestare. Un diritto di proprietà è una realtà costruita, ma può, nondimeno, impedirmi di entrare in una casa. L’università è una costruzione, ma può lo stesso conferirmi una laurea che potrà modificare le mie opportunità professionali. Le istituzioni non appartengono alla natura e tuttavia cambiano la natura delle possibilità che abbiamo davanti.
Un esempio, al riguardo, mi sembra particolarmente efficace. Immaginiamo una comunità che costruisca un muro intorno al proprio territorio. Inizialmente il muro svolge la sua funzione grazie alle sue proprietà fisiche. È alto e robusto e impedisce materialmente agli estranei di attraversarlo. Con il passare del tempo, però, il muro si sgretola. Rimane soltanto una fila di pietre. Chiunque potrebbe scavalcarla. Eppure nessuno lo fa. Gli abitanti continuano a considerare quella fila di pietre come il confine del territorio. Ciò che prima impediva fisicamente il passaggio ora lo impedisce istituzionalmente. La funzione è rimasta, ma è cambiato il meccanismo che la sostiene. Prima erano la massa e l’altezza del muro, adesso è il riconoscimento collettivo. La differenza, scrive Searle, è racchiusa nell’ambiguità di una frase semplicissima: “You can’t cross that”. Una frase che può significare “non puoi attraversarlo perché è troppo alto”, oppure “non puoi attraversarlo perché non ti è consentito”. (2005, p. 8). Tra quei due “non puoi” passa buona parte della distanza che separa la natura dalla società. Il secondo “non puoi” non descrive un ostacolo fisico, ma uno status. La fila di pietre conta come confine e proprio per questo acquisisce una funzione che le pietre, da sole, non potrebbero svolgere. Una funzione che diventa paradossalmente più robusta delle pietre stesse.
X conta come Y
È in questo contesto che incontriamo la formula forse più famosa della teoria di Searle: “X counts as Y in context C” (X conta come Y nel contesto C). Un certo pezzo di carta conta come denaro. Una certa procedura conta come un’elezione. Una certa posizione dei pezzi sulla scacchiera conta come scacco matto. Una persona che soddisfa determinate condizioni conta come un giudice. Una determinata sequenza di parole pronunciata nelle condizioni appropriate conta come una promessa vincolante. Il termine X indica la realtà di partenza, Y lo status che le attribuiamo e C, il contesto nel quale quell’attribuzione esercita la sua funzione. Non stiamo semplicemente dando un nome diverso alla stessa cosa. Stiamo creando una nuova possibilità causale e sociale. Essere giudice non è una proprietà biologica della persona, così come essere denaro non è una proprietà chimica della banconota. E tuttavia, una volta attribuito lo status, quella persona e quell’oggetto possono fare cose che prima non potevano fare. Searle chiama queste proprietà “status functions”. Sono funzioni che qualcosa o qualcuno può esercitare non grazie alla propria struttura fisica, ma soltanto perché una comunità gli riconosce un determinato status. La civiltà umana, scrive il filosofo, si è costruita attraverso “funzioni di status imposte in base a norme e procedure costitutive e - aggiunge - le funzioni di status rappresentano il collante che tiene unite le società umane” (pp. 9-10).








