Trasferimento tecnologico

Quando il Nobel parla italiano: i T Reg e la scommessa della startup italiana

CheckmAb, nata dall’Università di Milano e dall’Istituto Invernizzi, trasforma la scoperta premiata a Stoccolma in un farmaco innovativo

di Francesca Cerati

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Il Nobel per la Medicina 2025 ha premiato la scoperta dei linfociti T regolatori - i celebri T Reg - che controllano l’equilibrio del sistema immunitario e impediscono alle difese dell’organismo di rivolgersi contro se stesso. Ma dietro la notizia c’è anche una storia italiana che parla di trasferimento tecnologico, capitale paziente e scienza capace di diventare industria. È la storia di CheckmAb, spin-off dell’Università di Milano e dell’Istituto Nazionale di Genetica Molecolare “Invernizzi”, fondata dai professori Sergio Abrignani e Massimiliano Pagani, e diretta dalla dottoressa Renata Grifantini.

L’azienda, nata nel 2018 e sostenuta dal fondo Health di Primo Capital, partecipato da Fondazione Enpam, ha costruito la propria piattaforma terapeutica proprio intorno ai T Reg, le cellule-freno del sistema immunitario. Il principio è semplice e rivoluzionario: eliminare i T Reg che si annidano nel microambiente tumorale, senza intaccare quelli che proteggono dal rischio di autoimmunità. In questo modo si libera la risposta immunitaria antitumorale, evitando gli effetti collaterali che spesso costringono a sospendere le attuali immunoterapie.

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Al via la fase 1

«Essere nello stesso campo che oggi il Nobel riconosce come uno dei più promettenti della medicina moderna è per noi una grande soddisfazione - racconta Abrignani -. È la conferma che abbiamo imboccato la strada giusta». La conferma è arrivata anche dal mercato: nel 2024 CheckmAb ha siglato con la tedesca Boehringer Ingelheim un accordo fino a 240 milioni di euro, tra pagamenti “milestone” e royalties fino al 7%, per lo sviluppo clinico del loro anticorpo monoclonale. La Fase 1 partirà entro l’anno in Germania e Stati Uniti.

Dietro il successo, spiega Grifantini, c’è «una strategia di precisione: abbiamo identificato molecole espresse solo dai T Reg intratumorali, così il nostro anticorpo agisce quasi esclusivamente nel tumore. Il passo successivo sarà renderlo ancora più affine alle condizioni fisico-chimiche del microambiente tumorale, come il pH».

CheckmAb è uno dei rari esempi di ricerca accademica italiana riuscita a trasformarsi in un progetto industriale di scala internazionale. Merito di un team abituato a muoversi tra università e azienda. «Io, Pagani e Grifantini - dice ancora Abrignani - veniamo tutti da anni di ricerca industriale: abbiamo imparato a porci le domande giuste, a pensare in termini di prodotto e valore clinico, non solo di conoscenza».

Un segnale per un cambio di passo

Un modello che in Italia resta ancora eccezione. «Abbiamo 160mila ricercatori ma attraiamo un miliardo di venture capital l’anno, contro i 7,5 della Francia - osserva Abrignani -. Serve formare persone che sappiano fare davvero trasferimento tecnologico, o attrarre chi lo sa fare».

Il successo di CheckmAb dimostra però che il cambio di passo è possibile. Attorno alla società si è formata una rete che unisce mondo accademico, fondi pensione e industria: «Fondazione Enpam ha creduto nel progetto perché è un investimento che migliora la salute delle persone», ricorda il professore. E non è solo un risultato economico. «Vedere una molecola nata in laboratorio arrivare all’uomo è la soddisfazione più grande».

Il farmaco sviluppato da CheckmAb punta ai tumori solidi “caldi” - polmone, colon, testa-collo, melanoma - dove l’infiltrato immunitario è più attivo. Gli studi preclinici mostrano risultati incoraggianti anche in combinazione con altri trattamenti immunoterapici. Se i dati clinici confermeranno le premesse, l’Italia potrà rivendicare un posto di primo piano nella nuova generazione di terapie oncologiche nate dal controllo fine del sistema immunitario.

In fondo, come suggerisce Abrignani, il messaggio del Nobel è proprio questo: «Le scoperte che meritano il premio sono quelle che cambiano la medicina. E noi stiamo cercando di farlo, partendo da qui».

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