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Quando il voto mente

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Per decenni il voto dei compiti a casa ha predetto il voto dell’esame. Non perfettamente, certo, ma con una regolarità sufficiente a fondare su di esso un intero sistema di segnali: i genitori lo usavano per capire se il figlio studiasse, gli insegnanti per calibrare la difficoltà delle verifiche, le scuole per distribuire le classi. Era un indicatore imperfetto ma onesto – un proxy, nel lessico dell’economia, che correlava abbastanza bene con ciò che intendeva misurare. Uno studio pubblicato a giugno da David Strömberg, Victor Lei e Wu Yanhui ha documentato il momento in cui quel proxy si è rotto.

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I ricercatori hanno seguito 26.811 studenti cinesi tra i 12 e i 18 anni per trenta mesi. L’80% usava modelli di IA generativa per fare i compiti; il 20% no. Dopo sei mesi, i voti dei compiti degli utenti IA erano saliti del 18% e il tempo per completarli era sceso da 64 a 45 minuti. Ma i voti degli esami in classe – a libro chiuso, senza accesso allo strumento – erano crollati del 20%. Negli esami di ammissione la penalità raggiungeva il 24%, e si manifestava pienamente solo dopo due anni. Chi aveva i compiti migliori aveva gli esami peggiori. La correlazione non si era indebolita: si era invertita.

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Un economista riconoscerebbe immediatamente la struttura. È la legge di Goodhart: quando una misura diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura. Il voto del compito a casa è diventato un obiettivo ottimizzabile dalla macchina, e in quel momento ha smesso di misurare l’apprendimento. L’IA non ha corrotto lo studente; ha corrotto il segnale. E poiché l’intero edificio scolastico si reggeva su quel segnale – valutazioni intermedie, pagelle, orientamento, accesso alle scuole superiori – la corruzione si propaga in silenzio, per mesi, prima che qualcuno se ne accorga. Il dato più inquietante dello studio è la distribuzione del danno. Le perdite di apprendimento non colpiscono i più deboli. Colpiscono i più forti: gli studenti ad alto rendimento, i più giovani, quelli delle materie umanistiche. Chi aveva le basi per usare la difficoltà del compito come palestra cognitiva è esattamente chi ha perso di più dalla sua scomparsa. L’IA non ha livellato verso il basso: ha tolto il pavimento a chi stava salendo le scale.

Un secondo esperimento, condotto da Zara Contractor e Germán Reyes al Middlebury College, suggerisce però che il problema non è lo strumento in sé. Studenti universitari che usavano il chatbot per farsi spiegare concetti – non per farsi scrivere le risposte – imparavano di più dei compagni senza accesso all’IA, e il vantaggio persisteva una settimana dopo. La variabile decisiva non è la presenza della tecnologia, ma il tipo di relazione che lo studente stabilisce con essa: se la usa come tutor, impara; se la usa come ghostwriter, disimpara. La differenza, nei dati cinesi, è leggibile nei tempi di completamento: chi dedicava ai compiti lo stesso tempo dei non-utenti non subiva quasi alcuna penalità.

Qui la questione smette di essere pedagogica e diventa istituzionale. Il compito a casa è il più antico dispositivo di valutazione continua, e anche il meno sorvegliato. Per decenni ha funzionato perché il costo di barare era alto: bisognava copiare fisicamente, chiedere a qualcuno, inventare una scusa.

L’IA ha portato quel costo a zero, e con esso ha svuotato il dispositivo dall’interno. Ciò che resta è una metrica che tutti continuano a leggere e che non dice più niente – come un termometro che segna sempre 36,5 mentre la febbre sale.

La lezione vale ben oltre la scuola. In ogni settore in cui l’IA generativa viene usata per produrre output valutabili – report aziendali, analisi di mercato, pareri legali, codice – esiste lo stesso rischio: che la qualità apparente del prodotto migliori mentre la competenza di chi lo produce si degrada. Il ritardo tra i due movimenti è l’arma del danno, perché rende invisibile la perdita nel momento in cui sarebbe ancora recuperabile. L’azienda che misura i suoi analisti dai report che consegnano potrebbe scoprire, tra qualche anno, che ha pagato stipendi crescenti per competenze calanti.

La domanda non è se vietare l’IA nella scuola o nell’ufficio. La domanda è quali metriche reggono ancora, e quali sono già diventate scenografia. Ogni istituzione che valuta persone attraverso output producibili da una macchina ha un problema di misurazione. Se non se ne occupa adesso, lo scoprirà all’esame.

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