Quanto rende oggi investire in arte e lusso
Non c’è omogeneità di rendimento nei beni da collezione, anche se nel complesso i numeri risalgono nel 2025. L’analisi del Wealth Report di Knight Frank
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I punti chiave
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Considerandoli investimenti, quanto hanno reso i beni da collezione in asta nei quattro trimestri del 2025? L’indice di sintesi Knight Frank Luxury Investment Index (Kflii) ha chiuso lo scorso anno con un -0,4%. A dispetto del segno meno, non un dato negativo, ma di recupero: nel primo trimestre 2025 segnava infatti -5,3%. Come mostrano le precedenti edizioni del Wealth Report di Knight Frank – questa è la 20ª – fra il 2020 e il 2022 l’indice aveva segnato il suo massimo dal 2013 (19,1%), per poi calare a causa del rialzo dei tassi di interesse, che hanno reso più conveniente allocare altrove la liquidità. Ma guardando al lungo periodo, ovvero agli ultimi 10 anni, il Kflii resta più che positivo: +38,6 per cento.
Performance (molto) irregolari
Il calo dei rendimenti dei beni da collezione è, dunque, in rallentamento; ma andando a sgranarne la media dell’ultimo anno, emerge una distribuzione delle performance a macchia di leopardo, con l’effetto evidente delle tariffe statunitensi su alcune categorie di beni. Per esempio, agli exploit di certe sottocategorie dell’arte hanno fatto da controcanto le magre performance di arte contemporanea, vino da collezione, stampe e whisky.
Opere d’arte in ripresa, ma…
Il segmento meno omogeneo è forse quello dell’arte (ma anche il comparto delle auto vintage non scherza, come si vedrà). Un fatto: sono aumentate del 19,4% le vendite del segmento delle opere superiori a 10 milioni di dollari, a ulteriore conferma della polarizzazione in atto nell’ambito dell’arte e del lusso. Benissimo i segmenti dell’arte impressionista (vendite +80,4%, a 1,04 miliardi dollari), moderna (+19,4%, a 1,38 miliardi di dollari), degli antichi maestri (+68.7%, a 282,5 miliardi di dollari).
I collezionisti sono disposti a spendere (molto) solo in presenza di: rarità, provenienza illustre, valore relativo elevato. Il fenomeno è trasversale in tutte le asset class, ma particolarmente visibile per l’arte: dalle opere-trofeo ai segmenti più accessibili e correttamente prezzati. Dopo la pesante contrazione successiva al 2022, il segmento dell’arte impressionista e moderna infatti ha trainato tutto il comparto, regalandogli una crescita dell’11%, pari a 4,56 miliardi di dollari per gli scambi in asta. Al vertice del traino, il top lot del 2025: il magnifico «Ritratto di Elisabeth Lederer» (Bildnis Elisabeth Lederer) di Gustav Klimt (1862-1918); opera-trofeo da 236,4 milioni di dollari (Sotheby’s New York, novembre), la più costosa di sempre in asta per quanto riguarda l’arte impressionista e moderna, punta di diamante della collezione di Leonard Lauder. A questa collezione (che includeva altri Klimt), se ne sono aggiunte altre di pari lignaggio. Quelle di Pauline Karpidas (arte surrealista, esitata a fine settembre: Magritte, Dorothea Tanning, Yves Tanguy) e di Jay & Cindy Pritzker (gli stessi del prestigioso premio per l’architettura: Van Gogh, Matisse e Gauguin), esitata a fine novembre. Ma le vendite sono ancora inferiori del 42% rispetto al picco del 2022, che aveva superato i livelli pre-pandemici, e il segmento dell’arte contemporanea continua a contrarsi, per il quarto anno consecutivo (-12,3% a 1,6 miliardi). L’indice specializzato MyArtBroker MAB100 segnala, infine, che i prezzi delle stampe e dei multipli sono calati del 6,6 per cento. Tuttavia, anche nel mini segmento dei multipli si mette in mostra quello che il Wealth Report 2026 di Knight Frank chiama «collezionismo consapevole», ossia direzionato sui grandi nomi: si fa riferimento a Roy Lichtenstein e a David Hockney, capaci di sorprendere per le rivalutazioni in asta (il primo addirittura durante una vendita diurna, di Sotheby’s).
Automobili: quel Diablo di febbre tedesca. Ma la rossa non sta a guardare
Passando alle auto da collezione, il report evidenzia il -3,7% dell’indice HAGI (Historic Automobile Group International), a fronte del +1,2% del 2024. Scavando nella granularità dei sotto-indici si scopre però che nel corso del 2025 si è registrato un aumento della domanda di BMW (in particolare per M3 E30 e 850 CSI; l’HAGI BMW CI Index è salito del 22%) e Lamborghini (soprattutto per Miura Countach Diablo). Sconfinando nel 2026, si scopre che a gennaio è stata venduta, per 38,5 milioni di dollari, una Ferrari F250 GTO del 1962, e poi una Ferrari Enzo del 2003 per 18 milioni di dollari, senza dimenticare la Ferrari F50 del 1995, aggiudicata a 12 milioni di dollari (tutte e tre da Mecum, il 17 gennaio). Nel 2025 si è invece fatta notare una Ferrari F50 gialla del 1996 (9,2 milioni di dollari). Segno evidente che hnwi (high net worth individuals) e uhnwi (ultra high net worth individuals) statunitensi non tengono stretti i cordoni della borsa se si muovono in un territorio non toccato dai dazi. Quello Usa, appunto, dove si tengono le maggiori aste globali di auto vintage.












