L'intervento

Rappresentatività sindacale ferma al palo e la sanità accreditata attende regole certe

Il decreto Primo Maggio evita consapevolmente di affrontare il tema della rappresentatività sindacale, lasciando ancora una volta nel guado i datori di lavoro

di di Giovanni Costantino*

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Treno passato, occasione perduta. Ci si aspettava un passo in avanti verso un sistema di relazioni industriali più trasparente e affidabile e, invece, il decreto Primo Maggio (Dl 62/2026), salve clamorose modifiche in sede di conversione, evita consapevolmente di affrontare il tema della rappresentatività sindacale, lasciando ancora una volta nel guado i datori di lavoro.

Il nuovo testo normativo, infatti, non chiarisce cosa debba intendersi per “organizzazioni comparativamente più rappresentative”, nozione che diventa oggi ancor più importante, visto che, con il lodevole intento di eliminare i fenomeni di dumping contrattuale, il decreto affida proprio a tali organizzazioni il compito di definire il “salario giusto” per l'intero settore.

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D'altronde, anche prima dell'entrata in vigore del Dl 62/2026 era evidente l'urgenza di affrontare la questione, almeno da quando la sentenza n. 156/2025 della Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori nella parte in cui non consente la costituzione di RSA anche ai sindacati “comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale”, pur non firmatari del contratto collettivo applicato né partecipanti alle trattative.

La Corte è partita da riflessioni sostanzialmente condivisibili, ma ha individuato una soluzione destinata a generare confusione tra i datori di lavoro, ai quali affida il compito (impossibile) di valutare il grado di rappresentatività di ciascun sindacato. Gli imprenditori non dispongono infatti degli strumenti necessari per una simile verifica. Occorrerebbero dati certi, criteri uniformi, un quadro informativo completo e aggiornato. Nulla di tutto ciò è oggi disponibile, e non è presumibile che la Cassazione, che dovrebbe pronunciarsi a giorni sull'argomento, potrà risolvere tale incertezza.

Il problema è particolarmente sentito nella sanità privata, dove operano non solo le tradizionali confederazioni sindacali ma anche altre sigle che hanno consolidato nei decenni il loro ruolo, giungendo a sottoscrivere importanti ccnl. È inoltre frequente che ulteriori organizzazioni, vantando un buon grado di rappresentatività (certificata) nel settore pubblico, provino a ribaltarlo anche sulle strutture private.

Il risultato è un paradosso. Per evitare che la discrezionalità datoriale diventi un ostacolo alla libertà sindacale, la Corte ha finito per attribuire ai datori di lavoro un potere (o meglio, un dovere) valutativo ancora più ampio. Il rischio è quello di un'escalation di contenzioso e di conflitti aziendali. La Consulta, consapevole di questa fragilità, ha invitato il Legislatore a intervenire sul tema per delineare un assetto capace di valorizzare l'effettiva rappresentatività in azienda.

L'intervento normativo, inoltre, non potrà non tener conto della rappresentatività sul piano nazionale. È infatti necessario creare un collegamento stabile tra i diversi livelli, così da evitare che la contrattazione decentrata si sviluppi su linee difformi da quelle stabilite in sede nazionale, essendo condotta da organizzazioni sindacali diverse dalle sigle che hanno trattato il ccnl e che, potenzialmente, potrebbero non condividerne le scelte e le mediazioni.

L'esigenza di una regolamentazione è emersa con forza durante la Tavola Rotonda organizzata nei giorni scorsi sul tema da COSTANTINO&partners, con il patrocinio di Aris. Rappresentati del mondo accademico, sindacale e manageriale, seppur nella diversità delle soluzioni e metodologie proposte, hanno tutti riconosciuto, dopo un approfondito dibattito, la necessità di addivenire a una disciplina anche per la sanità privata.

Non solo. Il settore attende anche la revisione complessiva delle norme sull'accreditamento con il Ssn prevista dall'articolo 36 della legge 193/2024, a fronte della quale sono state giustamente sospese sino al 31 dicembre 2026 le regole sulla concorrenza varate nel 2022.

Relazioni sindacali e accreditamento non sono mondi separati, ma si influenzano reciprocamente e concorrono a definire la qualità del lavoro e dei servizi. Per questo, continuare a intervenire per singoli tasselli – una sentenza oggi, una modifica normativa domani – rischia di produrre un mosaico incoerente, incapace di reggere le sfide che attendono il settore.

Serve una visione di sistema. Una riforma che tenga insieme la tutela dei lavoratori, il diritto alla salute dei pazienti e la libertà di iniziativa economica. È un equilibrio difficile, ma non più rinviabile. Il tempo delle correzioni marginali è finito. Oggi più che mai serve una riforma che guardi all'intero sistema

*Esperto di diritto del lavoro in sanità, Capodelegazione Aris per il rinnovo dei contratti collettivi della sanità privata

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