Realtà e occhi nuovi per «Zandò» e Degas
La rassegna spiega come Zandomeneghi si inserì nell’avanguardia di Parigi senza snaturarsi e contribuendo a ridefinire la modernità
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I moderni studi sul veneziano Federico Zandomeneghi sono iniziati cento anni or sono ad opera del critico milanese Enrico Piceni e nel corso dei decenni ne hanno riscoperto il ruolo di ponte tra il mondo dei Macchiaioli e quello degli Impressionisti, giungendo con la mostra di Padova del 2016 curata da Fernando Mazzocca e da chi scrive, a riferirsi a Zandò come all’unico italiano che possa definirsi propriamente “impressionista”. Questo ragguardevole traguardo critico ci appare tuttavia insufficiente rapportato al reale valore del grande pittore, tenuto conto che si può essere ritenuti impressionisti meritevoli ma di secondo piano, oppure “emuli” di un altro assai più noto artista.
L’antidoto non può essere che il dialogo, ossia imbastire occasioni di confronto e di riflessione internazionale ed è questo il proposito messo in atto dalla mostra in corso a Rovigo (con il fondamentale apporto del Musée d’Orsay, degli Uffizi, di Palazzo Te e di altre importanti istituzioni europee). Il rapporto con il “terrible Mentor”, Degas, è la chiave di lettura prescelta, e la mostra di Palazzo Roverella, «Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi» con il suo taglio inedito vuole rievocare in modo organico un rapporto che fu insieme artistico, umano e strategico. E vuole mettere a fuoco un nodo cruciale: come un artista italiano dell’Ottocento si inserisca nel cuore dell’avanguardia parigina senza perdere la propria identità e contribuendo anzi a ridefinire lo sguardo moderno. Uno dei primi pregiudizi sfatati dalla mostra riguarda proprio Degas: si è a lungo sostenuto la mancanza di contatti all’epoca del viaggio di formazione in Italia (1856-59) tra il giovane francese e il nascente movimento dei Macchiaioli cosa ragionevolmente impossibile se si pensa che Degas matura la via del realismo (opposta a quella del suo compagno degli anni italiani, il simbolista Gustave Moreau) proprio a Firenze, dove realizza il Ritratto della famiglia Bellelli. Il quadro delle relazioni fiorentine di Degas rievocato dalla mostra si rivela determinante per comprendere l’intesa nata molti anni dopo a Parigi tra Degas e Zandomeneghi che proprio dal milieu macchiaiolo proviene. I capolavori giovanili di Degas dialogano con quelli di Puccinelli e di Ciseri, esponenti del purismo toscano, devoti alla lezione del grande Ingres. Degas osserva da vicino la “macchia” , la tecnica sperimentata dai giovani toscani. La stesura sintetica, morbida, fatta di larghe campiture del pastello Studio per la famiglia Bellelli esposto per la prima volta in Italia appare invero molto vicino alla sensibilità dei nascenti macchiaioli, ma lo studio en plein air degli effetti di luce e chiaroscuro che è la finalità precipua dei toscani non interessa invece Degas che ama l’ambientazione in interno e si propone come finalità il raggiungimento di un linguaggio formale perfetto e raffinato, esemplato sull’antico, ma capace di proporre contenuti contemporanei. La mostra rivela come nelle opere più meditate dei toscani si possano trovare similitudini metodologiche con Degas: in Cucitrici di camicie rosse (1863) Borrani ci introduce in un interno, dove un gruppo di donne cuce le uniformi dei garibaldini; non è un ritratto di famiglia, ma è il ritratto di un momento storico osservato dal punto di vista di un gruppo sociale consapevole di scrivere una pagina di civiltà. Il confronto con Borrani, Fattori e Boldini per la prima volta chiarisce un aspetto fin qui trascurato: Degas non nasce impressionista. Il suo interesse per la vita contemporanea si forma anche in Italia, dentro una cultura figurativa attenta al vero, alla struttura, alla tensione psicologica. Nel momento in cui Degas conclude il suo soggiorno italiano nell’aprile del 1859, Zandomeneghi ha già ricusato la vocazione di famiglia, devota alla scultura e a Canova, scegliendo la pittura e impegnandosi nelle lotte risorgimentali. Esule dopo Villafranca, Federico si perfeziona a Brera e si unisce a Firenze ai Macchiaioli dei quali condivide per oltre un decennio l’ideologia artistica; per poi trasferirsi a Parigi nel 1874 dove Zandò e Degas s’incontrano finalmente nel 1877: ad accomunarli è la particolare accezione del termine “impressionismo”, termine che Degas non ama, sentendosi egli “realista” ossia pittore della realtà né più né meno di Zandò. Il ruolo di mentore svolto da Degas in favore del veneziano è fondamentale nel momento della conversione dell’italiano alla nouvelle peinture; dopo di ché stare con Degas o meglio “dalla parte di Degas” è di fatto soltanto una scelta di campo portata avanti con coerenza dal nostro veneziano, all’interno dei diversi schieramenti di cui si compone il movimento francese. Dal 1879 l’italiano prende parte alle mostre del gruppo e nel successivo decennio il dialogo con Degas si fa ancora più serrato. In Al caffè e in Al caffè Nouvelle Athènes Zandò esprime la sua massima adesione all’impressionismo (come in Madre e figlia e in Visita in camerino). Il locale rappresentato è il celebre ritrovo di place Pigalle dove anche L’assenzio di Degas è ambientato e l’inedito accostamento di questi tre capolavori è un valore aggiunto della mostra rodigina: l’inquadratura decentrata della tela è tipica dell’approccio degasiano sulla realtà, un approccio da istantanea fotografica che nel caso del francese è funzionale a evidenziare l’abbrutimento dei due protagonisti e la loro marginalità sociale; mentre Zandò si avvicina ai personaggi con curiosità trovandoli sereni e partecipando della loro spensieratezza.
Nei focus dedicati al tema del nudo femminile e della danza (eccezionale il prestito della Piccola danzatrice di quattordici anni, dall’Albertinum di Dresda) emerge la divergenza tra la visione quasi crudele del francese e il naturalismo affettuoso di Zandò. Nel corso degli anni 90 l’italiano viene poi maturando una visione pacificata dei temi cari all’impressionismo dedicandosi soprattutto a ricerche di colore che lo portano a valorizzare la tavolozza veneziana delle proprie origini. Egli dà vita così a un repertorio di grande raffinatezza ed eleganza di cui sono emblematici Sul divano e Mattinata musicale. Moriranno entrambi nel 1917, in piena Grande Guerra.
LA MOSTRA A PALAZZO ROVERELLA
Fino al 28 giugno 2026 Palazzo Roverella di Rovigo ospita la rassegna «Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi», curata da Francesca Dini e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale (catalogo pagg. 208, € 32).







