Giustizia

Referendum, parte la corsa. Subito scontro tra i due comitati

Lunedì 3 novembre inizia la raccolta delle firme tra i parlamentari del centrodestra. Il ministro Nordio pronto al confronto in tv con l’Anm: se vincesse il no non mi dimetterei

di Andrea Gagliardi

Riforma giustizia, Meloni: "Referendum non avrà conseguenze sul governo"

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La macchina verso il voto per il referendum (senza quorum) sulla separazione delle carriere dei magistrati (previsto tra marzo e aprile 2026) si è già avviata. Lunedì 3 novembre parte in Parlamento la raccolta di firme del centrodestra. Per i deputati, serviranno 80 firme pari a un quinto dei componenti della Camera, 41 al Senato.

I tempi sprint

«Martedì depositeremo le firme» ha annunciato il capogruppo di Forza Italia a palazzo Madama Maurizio Gasparri. La raccolta delle firme tra i parlamentari è stata avviata anche dalle opposizioni. E non si esclude che anche altri soggetti (come i comitati elettorali o i consigli regionali) si aggiungeranno alla richiesta di referendum confermativo.

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Il copione sembra simile al precedente più immediato: quello del 2016 con la riforma Boschi-Renzi che superava il bicameralismo perfetto. Tutti i gruppi di opposizione (il centrodestra, M5s e Sel) avviarono la raccolta delle firme dei propri parlamentari e altrettanto fecero i gruppi di maggioranza. Entrambi raccolsero le sottoscrizioni necessarie in poche ore. Fu varato un Comitato per il Sì che promosse anche la raccolta delle 500 mila firme popolari (ne furono depositate 600mila) per chiedere il referendum.

Dopo il sì definitivo del Parlamento e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, ci sono tre mesi per raccogliere le firme o tra i parlamentari (un quinto dei membri di una Camera), o dei cittadini (500mila) o anche di cinque Consigli regionali.

La data del voto

Una volta depositate in Cassazione, questa ha 30 giorni per il via libera, che va subito comunicato al Governo e ai presidenti delle Camere. A quel punto il Presidente della Repubblica, «su deliberazione del Consiglio dei ministri», entro 60 giorni convoca il referendum che deve svolgersi tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto di indizione. I tempi sono dunque elastici ma il ministro della Giustizia Carlo Nordioha già fatto sapere che il governo è orientato a far svolgere il referendum tra metà marzo e metà aprile. Potrebbe essere indetto perciò anche senza aspettare i tre mesi canonici. Il prima possibile, ad ogni modo. A distanza di sicurezza dalle comunali del giugno prossimo. Isolare il voto referendario è un altro modo per il governo per «depoliticizzare» e «spersonalizzare» l’appuntamento, restando nel merito del quesito, nel tentativo di intercettare più facilmente il favore dell’opinione pubblica moderata anche fuori dal centrodestra.

«Se la riforma non venisse approvata resterei sicuramente deluso, ma non metterei in difficoltà il governo con le mie dimissioni. Come ha detto la premier, e come insisto io, questo referendum non ha e non deve avere un significato politico “Meloni sì- Meloni no”. In caso di sconfitta non cambierebbe nulla, salvo ovviamente il mio rammarico personale» ha dichiarato il ministro Carlo Nordio (pronto a un confronto in tv con l’Anm) in una intervista su Il Foglio a proposito del referendum sulla riforma della giustizia.

Scintille tra i comitati

Intanto si accendono le prime scintille tra i comitati. A partire dalla location scelta dall’Anm per la presentazione del Comitato del no, all’interno della Cassazione.

«Riteniamo inappropriato e grave che questa sia stata utilizzata per presentare il progetto di un referendum per dire No alla legge costituzionale in materia di giustizia approvata dal Parlamento». Così Romolo Reboa e Fabio Verna, vice presidenti nazionali del Comitato per il Sì, per i quali «l’utilizzo dell’edificio istituzionale per lanciare una tesi politica di parte dimostra come la scelta fatta dal Parlamento sia stata necessaria per riequilibrare in senso democratico i poteri, nello spirito dei Padri Costituenti che volevano che la Magistratura fosse separata dal potere politico, ma non che fosse il terzo potere dello Stato, stabilmente contrapposto a chi governa perché eletto dal popolo».

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