Alta gamma

Richemont cresce del 20% e traina i titoli del comparto

Il gruppo svizzero controlla Cartier e molte altre maison di alta gioielleria e orologeria

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Un dato positivo, anzi, ottimo, dal secondo gruppo del lusso al mondo scatena l’entusiasmo e fa crescere la maggior parte dei titoli del comparto. Al netto della comprensibile “fame” di buone notizie in questo cupo periodo, vedremo se la fiammata di ieri durerà. Richemont ha annunciato alcuni numeri del primo trimestre fiscale (aprile-giugno) e sono in effetti ottimi: i ricavi sono cresciuti del 20% (cambi costanti) e del 17% (cambi correnti) a 6,33 miliardi di euro, contro i 5,87 miliardi previsti dagli analisti. Per Richemont è cresciuta anche la cassa netta, passata da 7,4 a 9,1 miliardi, dato molto buono anche considerando i 400 milioni della cessione della partecipazione che il gruppo deteneva in Avolta (ex Dufry), uno dei leader mondiali del travel retail e della ristorazione in aeroporti e stazioni. Una cessione che conferma la strategia di concentrarsi sul core business di alta gioielleria e orologeria: nel portafoglio di Richemont ci sono Cartier, Van Cleef&Arpels, Panerai, Iwc, Jaeger-LeCoultre e molte altre maison. A fronte di cessioni, come Avolta e Net-a-Porter, le acquisizioni degli ultimi anni sono state nei gioielli (Buccellati e Vhernier) e proprio da questo comparto e in particolare dagli Stati Uniti – ha spiegato il gruppo – è arrivata la spinta ai ricavi del primo trimestre.

Investimento di medio termine

Alta orologeria e alta gioielleria sono per definizione beni di lusso e in inglese vengono definiti hard luxury, che forse potremmo iniziare a tradurre “lusso duro a morire”. Rispetto ad altre categorie di alta gamma, i gioielli e gli orologi più preziosi sono considerati un investimento, come dimostrano gli ottimi numeri delle aste e del mercato del “secondo polso” (si veda anche il Rapporto Orologi pubblicato ieri all’interno del Sole 24 Ore).

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Resistenza al tempo

Sono un investimento sia per i materiali dei quali sono fatti, gemme e metalli preziosi, sia perché rispetto a qualunque altra categoria del lusso, in particolare di abbigliamento e accessori, resistono all’usura “fisica” del tempo. Per vestiti e borse questo vale solo per pochissimi marchi storici (in primis Chanel ed Hermès) e per una serie molto limitata di borse e abiti, perché l’usura di un capo o di un accessorio in pelle è innegabile e inconfutabile, al contrario di quanto avviene per gioielli e orologi (che però, va detto, richiedono qualche cura e attenzione in più, come sanno i collezionisti e gli appassionati, perché sono prima di tutto piccoli grandi capolavori di meccanica artigianale).

Una “lezione” per la moda

L’unica usura dell’hard luxury potrebbe essere quella dello stile, ma nel gusto tutto è ciclico e ciò che passa di moda prima o poi torna di moda. C’è un’altra considerazione che forse anche i marchi della moda dovrebbero fare, alla luce della disaffezione di molti clienti per i prodotti di lusso, in particolare, come veniva definito in era pre Covid, di quello accessibile. Il prezzo di gioielli e orologi sembra corrispondere al loro valore molto più di quello di abiti e accessori, indicano i dati di vendite di Richemont, ma anche di altri marchi, sottolineati in recenti report come quelli di Bain-Altagamma, McKinsey-Camera moda e Boston Consulting Group-Altagamma. Last but not least, va sottolineata l’importanza del mercato americano, da sempre primo per il lusso e solo brevemente insediato da quello cinese. La ricchezza e la liquidità di cui dispone una fascia di americani continua a crescere, sulla scia in particolare dell’andamento delle Borse. Consumatori che, per definizione, avendo portafogli finanziari diversificati e “vincenti”, di investimenti, a breve o lungo termine, se ne intendono.

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