Viaggio nell’Antropocene

Ridisegnare le città ibridando natura e tecnologia

L’architetto Fusco: «L’orizzonte è un habitat rigenerativo in cui la specie umana e le altre forme di vita prosperino in simbiosi»

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In principio furono le caverne. Oggi viviamo nelle città del Villaggio Globale, abitiamo nel mondo della “Natura assente” al tempo dell’IA. Servono progetti e soluzioni ambientali di rigenerazione urbana e umana scrive Alfredo Fusco, architetto, biophilic designer e docente, in Abitare la Natura (Maggioli Editore, €36): «Oggi il rapporto tra uomo e ambiente è segnato da un paradosso lacerante: mai come ora la sensibilità ecologica collettiva è stata così vigile, eppure mai l’essere umano è stato tanto fisicamente reciso dal mondo naturale».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Siamo l’Indoor Generation, dice Fusco: «La Natura da esperienza primaria si è ridotta a scenario, surrogata dall’illusione di connessione perpetua offerta dal web». È un vero deficit di Natura: «che indebolisce le funzioni cognitive, accresce lo stress ed erode l’equilibrio psico-fisico. Eppure, è in atto una riconnessione».

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L’essere umano è Natura

I concetti del biophilic design rimandano alla biofilia, termine coniato dal biologo Edward O. Wilson: «L’essere umano è Natura. Per questo il biophilic design, prima di farsi tecnica o forma, è un cambio di mentalità, una revisione del nostro posto nel mondo, che muove da un io autoreferenziale a un noi ecologico e interdipendente, esteso all’intera comunità biotica – perché, continua - la disconnessione dalla Natura è un’anomalia recente». Così, introdurre “elementi biofili compensativi” nelle città: «È la sfida cruciale del nostro secolo: entro il 2050, 7 esseri umani su 10 abiteranno contesti urbani. La svolta sta nel cessare di concepire la città come macchina inerte di asfalto e cemento, ripensarla come organismo vivente che respira, assorbe acqua e regola la propria temperatura.

A livello individuale, gli strumenti compensativi biofili - giardini verticali, orti pensili, pareti vegetali - paiono irrilevanti, ma moltiplicati per migliaia di abitazioni divengono capillari di una rete ecologica urbana. Alla scala collettiva servono tetti e pareti vegetali, corridoi ecologici e riforestazione metropolitana, secondo principi-guida, come la regola 3-30-300 di Konijnendijk», ovvero ogni abitante in città dovrebbe vedere 3 alberi dalla finestra, vivere in un quartiere alberato al 30%, avere accesso a un parco, o una foresta, a 300 metri da casa o dal lavoro.

Trasformare i pattern biofili in requisiti

Per Fusco occorre poi «restituire suolo permeabile: penso alla depavimentazione, di cui Genova è pioniera; frantumare l’asfalto perché la terra torni a respirare, mitigando isole di calore e dissesto». Tuttavia, avverte l’autore: «La strada è quella normativa: trasformare i pattern biofili in requisiti, come insegnano il Biotope Area Factor di Berlino o la Landscape Replacement Policy di Singapore, fondata sul principio del no net loss. L’orizzonte ultimo non è compensare il deficit di Natura, ma superarlo».

L’edificio come organismo attivo

In questo la tecnologia può ridisegnare l’edificio come organismo attivo: «Le soluzioni biobased come mattonelle in micelio, legno “aumentato” e cementi fotocatalitici abbattono gli inquinanti urbani, vere estensioni della materia vivente… anche i moduli fotovoltaico-termici abbinati a piattaforme intelligenti di gestione energetica, l’edilizia circolare che tratta gli edifici come “banche di materiali” tracciabili… È in questa sinergia tra materia viva, digitale e verde verticale che intravedo il futuro biofilo delle nostre città».

Nell’Antropocene «la città non può più essere pensata come macchina che divora suolo ed energia, va reimmaginata come ecosistema che impara dalla Natura e ne emula i processi, secondo la lezione di Tim Beatley sulla città biofila… La città di domani somiglierà alla Singapore di oggi, nata Garden City, evoluta in City in a Garden e ora City in Nature, dove la vegetazione è infrastruttura e il verde supera il 40% del territorio; a quell’immersione tropicale affiancherei il rigore di Berlino, che col Biotope Area Factor ha reso la superficie ecologica un parametro urbanistico vincolante». Ma non basta una città “meno dannosa”, chiosa Fusco: «L’orizzonte è un habitat rigenerativo in cui la specie umana e le altre forme di vita prosperino in simbiosi: immagino spazi di convivenza concreti come infrastrutture multispecie… Penso a facciate e coperture vegetate progettate come corridoi ecologici che ospitano insetti impollinatori, avifauna e microrganismi del suolo, restituendo continuità agli habitat frammentati dalla città. Immagino cortili e giardini condominiali con essenze autoctone e specchi d’acqua che accolgono anfibi, secondo la logica che Tim Ingold definirebbe di “abitare insieme”… dove il confine tra dentro e fuori si fa permeabile. È un’ecologia dell’abitare che restituisce dignità e diritto di cittadinanza a chi non ha voce ma condivide con noi lo stesso suolo».

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