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Rigenerazione, l’impegno di Purina per agricoltura e oceani

di Fabrizio Arnhold

Degli Esposti (Purina): “La rigenerazione degli oceani e dei territori è la sfida da vincere”

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Nel lessico della sostenibilità aziendale il termine “rigenerazione” sta progressivamente sostituendo quello, più generico, di “riduzione dell’impatto”. È una distinzione tutt’altro che secondaria: significa passare da una logica difensiva a una di ricostruzione degli ecosistemi. Un approccio che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza anche nei contesti di confronto tra imprese e ricerca – come emerso recentemente anche nel corso dell’evento ReNest, svoltosi a Milano dal 12 al 24 maggio – e che si riflette nella strategia di Purina in Europa, con un’accelerazione negli ultimi anni su due fronti complementari: agricoltura rigenerativa e tutela degli habitat marini

Agricoltura rigenerativa: oltre i target intermedi

Il dato più rilevante è il superamento, a livello europeo, dell’obiettivo intermedio fissato per il 2025. Oggi il 29% dei cereali e delle proteine vegetali utilizzati da Purina in Europa proviene da filiere agricole che adottano pratiche rigenerative, oltre la soglia del 20% prevista inizialmente. Un risultato che coinvolge più di 630 agricoltori e circa 37.000 ettari di terreni.

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Il traguardo, però, non è un punto d’arrivo. L’azienda guarda oltre, al 2030, quando l’obiettivo da raggiungere diventerà il 50% di approvvigionamenti da agricoltura rigenerativa. Un percorso che si inserisce nella più ampia strategia di decarbonizzazione del gruppo Nestlé, che punta a raggiungere emissioni nette zero entro il 2050.

La logica è quella della trasformazione progressiva delle filiere con programmi di accompagnamento tecnico ed economico agli agricoltori. In Francia, Regno Unito e altri mercati europei operano iniziative come “Sols Vivants” e “LENs”, e dal 2025 in Italia è stato lanciato un nuovo progetto pilota sviluppato con partner specializzati.

È il caso del modello “farm-based” sviluppato con Biospheres, realtà specializzata in agroecologia e nell’implementazione su larga scala di pratiche rigenerative, che mette l’azienda agricola al centro di percorsi personalizzati. L’approccio prevede piani agronomici su misura, formazione e monitoraggio continuo, con l’obiettivo di migliorare la fertilità del suolo, la resilienza climatica e la redditività delle aziende agricole. Non un dettaglio secondario, in un settore dove la sostenibilità resta vincolata anche all’aspetto economico delle imprese coinvolte.

Italia come laboratorio di filiera

Nel contesto europeo, l’Italia assume un ruolo di laboratorio operativo. I progetti attivi nel Nord-Est, in particolare tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, coinvolgono decine di aziende agricole e si integrano con la supply chain industriale del pet food. L’obiettivo è duplice: ridurre l’impatto ambientale degli approvvigionamenti e rafforzare la resilienza delle colture strategiche come frumento, orzo e soia.

L’impostazione è coerente con una tendenza più ampia dell’agroindustria europea: la transizione non viene più misurata solo in termini di emissioni evitate, ma anche di capacità dei suoli di rigenerarsi, trattenere carbonio, ospitare biodiversità e mantenere produttività nel lungo periodo.

Oceani: la seconda frontiera della rigenerazione

Non c’è solo la terra. Purina, infatti, ha aperto un secondo fronte: gli ecosistemi marini. Con “Ocean Restoration Program”, lanciato a livello europeo, si punta al ripristino di 1.500 ettari di habitat marini - l’equivalente di circa 3.700 campi da calcio - entro il 2030, tra praterie di fanerogame, barriere di ostriche e alghe.

La scelta non è solo ambientale, ma direttamente collegata alla catena di approvvigionamento dell’azienda. Una parte degli ingredienti del pet food deriva infatti da sottoprodotti della pesca, rendendo la salute degli ecosistemi marini un elemento strutturale del modello industriale.

Il programma si basa su partnership con enti scientifici e organizzazioni specializzate, con un approccio graduale: prima la definizione di metriche condivise, poi la scalabilità degli interventi. Una strategia che riflette la complessità del tema, dove la misurazione dell’impatto ambientale resta una delle principali sfide.

Una convergenza tra suolo e mare

L’insieme delle iniziative evidenzia un elemento chiave: la progressiva integrazione tra rigenerazione agricola e marina all’interno della stessa strategia industriale. Non due filoni paralleli, ma un unico perimetro di tutela della biodiversità all’interno della filiera.

In questo schema, la sostenibilità non è più un’appendice reputazionale, ma un fattore di continuità della supply chain. La capacità di garantire approvvigionamenti resilienti – dal suolo all’oceano – diventa infatti una variabile sempre più rilevante anche in termini economici.

Se la sfida dei prossimi anni sarà scalare questi modelli oltre la fase pilota, il caso Purina mostra come la rigenerazione stia rapidamente diventando una variabile competitiva nelle filiere agroalimentari europee, oltre che un indicatore di sostenibilità ambientale.

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